giovedì 6 dicembre 2012

Il coraggio e la lotta dei lavoratori della MAC

Secondo giorno di presidio in via Volturno. La Fiom: «Vogliono mettere i lavoratori l'uno contro l'altro»
 

Mac, la solidarietà degli operai Iveco
Lo stabilimento Fiat ancora chiuso. In «libertà» i 2.700 dipendenti

L'operaio Matteo Angerillo è un tipo dalla risposta pronta: «Questa mattina incontro uno della Iveco e mi fa: per colpa dei cavoli tuoi mi sono perso una giornata di stipendio. Gli ho risposto: tu stai perdendo una giornata, io sto perdendo la paga dei prossimi dieci anni».
La crisi che si allarga come un'epidemia anche in una roccaforte industriale come Brescia provoca anche questo: operai versus operai, la protesta di un gruppo di tute blu che ricade immediatamente sulla testa di chi fa il tuo stesso lavoro. Da ieri mattina accade esattamente ciò che Matteo Angerillo, gli ultimi 18 anni passati a sagomare lamiere destinate a diventare carrozzerie, ha detto.
La Mac, azienda satellite della Iveco di Brescia, ha annunciato la messa in mobilità dei suoi 84 dipendenti. Gli operai Mac hanno perciò bloccato i sei cancelli della Iveco e l'azienda del gruppo Fiat, in tutta risposta, sta mettendo in libertà (in concreto: non pagherà) i suoi 2.700 dipendenti per tutta la durata del presidio. «La decisione è scattata appena due ore dopo l'inizio della protesta e risponde a una strategia chiara: mettere i lavoratori gli uni contro gli altri» analizza Fausto Angeli, dipendente della Mac oggi in aspettativa sindacale. Se è così, per il momento il tentativo è andato a vuoto: dalla Iveco non è entrato né uscito un solo mezzo ma ai cancelli non c'è stata alcuna tensione, se si eccettua lo "scambio di opinioni" tra Matteo e il collega. D'altronde i lavoratori, benché formalmente dipendenti di due aziende diverse, faticano sotto lo stesso tetto, dividono lo stesso pane e le stesse abitudini: la Mac, nata nel '99 da uno spin-off del colosso Fiat, ha i capannoni proprio all'interno dell'area Iveco. A testimoniare la tenuta del fronte, c'è il fatto che alcuni operai Iveco ieri mattina davano man forte ai "fratelli" della Mac. Ugo Verzeletti, 36 anni di fabbrica alle spalle e tessera Fiom in tasca, è uno di loro: «Non siamo qui per fare mattane o per salire sui tetti. Siamo gente concreta, con idee chiare, che vuole solo il rispetto di accordi firmati in anni passati e che prevedevano in caso di difficoltà il riassorbimento della forza lavoro Mac in Iveco».
Già, ma con l'inizio dell'era Marchionne, tutte le intese precedentemente siglate nelle fabbriche del gruppo Fiat sono state stracciate. E per il resto lo stato di salute della fabbrica che produce camion, ancora oggi la più grande di Brescia, è sconfortante: dal 2008 nei reparti si lavora solo 10 giorni al mese in media, da due anni a tutti gli operai è applicato il contratto di solidarietà. C'è da giurare che vedersi la già magra busta paga ulteriormente impoverita a causa delle proteste altrui non fa piacere. «Ma i nostri destini e i loro sono legati - afferma Massimo Frugoni, operaio Mac - perché se Iveco ha difficoltà a riassumere, nell'arco di tre anni, il poco personale di una piccola ditta, che prospettive ci sono per il futuro?».
L'ingresso di via Volturno è il principale tra i sei della "cittadella" Iveco. Qui è stato installato un container della Fiom (al momento l'unica sigla sindacale scesa in campo per questa battaglia) che è il rifugio dei partecipanti al presidio: fa da cucina, da ufficio, da dormitorio, da "spogliatoio" in cui tenersi su di morale. «Se sto a casa divento triste - racconta Giordano Savoldi - e mi sento inutile, non so cosa dire a mia figlia che ha 16 anni. E allora vengo qui, ci resto da mattina a sera anche senza far nulla. La mia presenza fisica mi dà l'impressione di difendere meglio il mio posto di lavoro».
Alle pareti del container è appesa la foto di Oliver, un compagno che un mese fa non ce l'ha fatta e si è tolto la vita.

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