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lunedì 2 aprile 2018

La Festa non si vende


Pasqua e Pasquetta: la totale liberalizzazione nel commercio resta un problema ed è sciopero nel commercio

Filcams Cgil: La Corte Costituzionale ha sancito il diritto di astenersi dalla prestazione nelle festività riconoscendo il diritto generale al godimento del giorno festivo

In diverse regioni italiane, sarà sciopero nel commercio per continuare a contrastare le liberalizzazioni delle aperture domenicali e festive nel commercio.

La completa liberalizzazione degli orari e delle aperture domenicali e festive, anno dopo anno, si sta rivelando disastrosa, non ha portato nessun aumento dell’occupazione e nessun aumento dei consumi, come dimostrano i tanti negozi dei centri storici chiusi e le procedure di licenziamento fatte dalle aziende della Grande Distribuzione, anche quelle che hanno scelto il “sempre aperto h24”. Sono peggiorate le condizioni di lavoro, gli orari, la vita delle lavoratrici e dei lavoratori, è aumentata solo la precarietà.

La festa non si vende, è la campagna che da oltre 6 anni la Filcams Cgil Nazionale sta portando avanti per richiedere una regolamentazione delle aperture domenicali nel commercio, ormai allo sbando dopo il decreto Salva Italia.

“È indispensabile un intervento legislativo – la proposta di Legge in materia è ferma in Senato – che modifichi la normativa introdotta da Monti” afferma la Filcams Cgil Nazionale. “È ormai assodato che il sempre aperto non ha contribuito a migliorare né l’economia del settore, né l’occupazione, ma ha solo peggiorato le condizioni di lavoro, complicato la gestione dei piccoli esercenti, e trasformato il centro commerciale in luogo di ritrovo sociale e culturale in alternativa ai centri storici e della vita sociale delle città.”

“Già la Corte Costituzionale ha sancito il diritto di astenersi dalla prestazione nelle festività riconoscendo quindi il diritto generale al godimento del giorno festivo” – un risultato importante legato alle azioni legali sostenute dalla Filcams. A questo è necessario però aggiungere una riflessione su cosa è accaduto nel settore e la revisione delle liberalizzazioni. Azione legislativa e il ruolo contrattuale possono costituire leve per un modello alternativo alle aperture - h 24 e 365 giorni l’anno – che restano un problema di attualità per le lavoratrici ed i lavoratori del commercio.

giovedì 22 marzo 2018

Stop TTIP / Stop CETA

CETA: inizia la discussione del comitato segreto che può indebolire le norme su pesticidi e qualità del cibo.
I nuovi parlamentari italiani e gli eurodeputati chiedano trasparenza.
La Campagna Stop TTIP/Stop CETA pubblica documento interno dell'UE con l’agenda dei lavori e lancia un appello: “La prossima settimana a Ottawa i nostri diritti saranno messi in discussione da un comitato tecnico non trasparente. I nuovi parlamentari intervengano subito".

ROMA, 21 marzo 2018 – Negare o autorizzare l'utilizzo di alcuni fungicidi, rimettere in discussione i veti nazionali sul glifosato, armonizzare le regole che consentono di importare o esportare alimenti tra Canada e Unione Europea. E il tutto senza il controllo dei Parlamenti, diretta espressione delle cittadine e dei cittadini europei. Accadrà tra pochi giorni, il 26 e il 27 marzo a Ottawa, quando si terrà la prima riunione del Comitato congiunto sulle misure sanitarie e fitosanitarie creato dal CETA, l'accordo di libero scambio concluso tra Unione Europea e Canada e in via di ratifica nei Parlamenti degli Stati membri, Italia compresa. Un comitato composto da rappresentanti della Commissione Europea, del Governo canadese, delle imprese e degli enti regolatori, senza alcuna traccia di organismi eletti.

Per denunciare la scarsa trasparenza di questi meccanismi, la campagna StopTTIP/StopCETA pubblica un documento ad accesso ristretto (“Limided”) trapelato dagli uffici della DG Sante della Commissione UE, che reca l’agenda del meeting a porte chiuse in programma lunedì e martedì prossimo.

Tra i temi all'ordine del giorno ve ne sono molti di stretto interesse per i cittadini e per i produttori agricoli, che però verranno trattati in segreto e fuori dal controllo diretto dei Parlamenti o della società civile. I tecnici europei e canadesi, insieme ai rappresentanti del settore privato, si scambieranno informazioni sulle nuove leggi che riguardano la salute animale e delle piante, così come sulle ispezioni e sui controlli. Discuteranno anche di linee guida che determineranno l’equivalenza tra prodotti europei e nordamericani, così come dell’impatto sulle importazioni causato dai limiti per le sostanze chimiche. All’ordine del giorno c’è poi il mancato rinnovo da parte dell’UE per i prodotti contenenti Picoxystrobin, un fungicida considerato altamente rischioso per animali terrestri e acquatici. Non basta: verranno prese in esame le differenze tra le misure europee sul glifosato e quelle nazionale. Dopo il rinnovo dell’autorizzazione per altri 5 anni da parte della Commissione Europea, infatti, alcuni Paesi hanno deciso, entro i loro confini, di varare norme più stringenti per l’uso di questo diserbante, accusato di essere probabilmente cancerogeno per l’uomo. Regole più dure, in definitiva, sono viste come un problema per il libero commercio, anche se tutelano consumatori ed ecosistemi. Toccherà al comitato tecnico capire come superare l’ostacolo del principio di precauzione. Stesso discorso per il commercio di animali vivi e carni, con la richiesta dei nordamericani di semplificare la certificazione dei loro prodotti.

"Il rischio che abbiamo preannunciato in questi anni di mobilitazione alla fine si realizza", sottolinea Monica Di Sisto, portavoce della Campagna italiana StopTTIP/StopCETA, piattaforma che coordina più di 200 organizzazioni nazionali e 50 comitati locali. Il CETA, nonostante si sia riusciti a fermarne finora la ratifica almeno in Italia grazie a una potente campagna di pressione insieme a organizzazioni come Coldiretti, CGIL , Arci, Arcs, Ari, Assobotteghe, Attac, CGIL, Fairwatch, Greenpeace, Legambiente, Movimento Consumatori, Navdanya International, Slowfood, Terra! e Transform, comincia ad attivare le sue commissioni tecniche inaccessibili a cittadini e eletti.

“In una di esse, convocata a Ottawa il 26 marzo, si comincia a discutere della modifica di standard e regolamentazioni che difendono i nostri diritti a spese del commercio”, prosegue Di Sisto. “Come si può  leggere chiaramente dal documento ottenuto dalla Campagna StopTTIP/StopCETA, si delega a un gruppo di presunti portatori di interessi ed esperti, scelti non si sa come, il confronto su come armonizzare, abbassare, cancellare standard e regole inerenti la qualità dei prodotti alimentari o l'utilizzo di sostanze chimiche come i fungicidi. Un'ulteriore deriva che allontana le scelte più delicate e impattanti dagli occhi scomodi dei cittadini, nonostante siano proprio questi ultimi a subirne le eventuali conseguenze”.
 

Per questo, la Campagna Stop TTIP/Stop CETA lancia due richieste urgenti:
  •  la prima ai parlamentari europei più impegnati, perché convochino la Commissione UE in audizione chiedendo spiegazioni sui contenuti di questo incontro e la piena trasparenza degli argomenti trattati;
 
  • la seconda ai neoeletti parlamentari italiani, che prenderanno posto nelle Camere rinnovate il 23 di marzo. Molti di loro hanno firmato il decalogo "#NoCETA - #Nontratto", per la costituzione di un gruppo interparlamentare Stop CETA. Ora esercitino il diritto al controllo in nome e per conto degli italiani, chiedendo conto al Governo ancora in carica e al Ministero dell'Agricoltura di quali indicazioni, richieste ed eventuali veti si è fatto interprete davanti alla Commissione Europea.

Che il loro intervento sia improrogabile lo dimostra il capitolo sui pesticidi dell'ultimo rapporto "Il CETA minaccia gli stati membri dell'UE", pubblicato pochi giorni fa dal centro di studi legali ambientali europeo CIEL (Center for International Environmental Law). Secondo lo studio*, infatti, l'applicazione dell'accordo porterà a una progressiva fluidificazione degli scambi commerciali in agricoltura, attraverso l'armonizzazione o la cancellazione di regole, molte delle quali a protezione dei consumatori e dell'ambiente. Uno scenario che, senza un controllo diretto da parte degli organismi eletti, rischia di diventare realtà.

Contro questa marginalizzazione dal processo decisionale e contro i rischi del CETA si sono schierate gran parte delle forze politiche che entreranno in Parlamento il 23 marzo. La richiesta di una loro immediata attivazione viene anche da tanti territori.

21 marzo: Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

Circa un milione di persone in oltre 4000 luoghi in tutta Italia, tra cui parrocchie, associazioni, scuole, università, carceri, uffici pubblici, stazioni ferroviarie, si sono fermate ieri per la 23ma Giornata della Memoria e dell'Impegno nel ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

Foggia, piazza principale della manifestazione, ha visto la partecipazione di oltre 40 mila persone che hanno sfilato sin dalle prime ore del mattino sotto la pioggia.
Qui oggi piove ma è comunque la primavera: ci sono migliaia e migliaia di giovani, adulti e associazioni che stanno camminando insieme – sono le prime parole di Luigi Ciotti mentre sfila per le strade di Foggia.  – Il cambiamento ha bisogno di tutti. Lo chiediamo alla politica, alle istituzioni, ma dobbiamo chiederlo anche a noi stessi come cittadini. Oggi non è solo un evento, è un momento di riflessione, di incontro, è una memoria viva, fatta di impegno e di responsabilità. Il problema non sono le mafie ma siamo noi. Dobbiamo reagire, bisogna aver coraggio, il coraggio delle denunce. Non bisogna lasciare soli i familiari delle vittime ma non lasciare soli neanche chi denuncia. Ci vuole continuità, ci vuole speranza. E ci vuole collaborazione con le istituzioni".

mercoledì 29 novembre 2017

NON UNA DI MENO!

Una marea ha invaso Roma sabato 25 novembre. 150mila secondo le organizzatrici le donne, e gli uomini, che hanno deciso di manifestare con Non Una di Meno contro la violenza maschile sulle donne e di genere. Una marea che è diventata tempesta, come gridato dal camion di testa.
Una scommessa lanciata dal movimento femminista, su scala transnazionale, e in continuità con le mobilitazioni dello scorso anno.
Una scommessa legata al piano dal basso contro la violenza scritto collettivamente e presentato martedì 21 novembre.
Un dato è certo: la manifestazione di sabato 25 è stata la più numerosa manifestazione dal basso di questa stagione politica. Un dato e una conferma, non solo numerica, importanti.
Dopo il corteo l’assemblea nazionale con centinaia e centinaia di compagne, e diversi compagni, a riempire l’aula magna della facoltà di Psicologia a Roma, quartiere San Lorenzo. Assemblea che ha deciso, nuovamente, di accogliere l’appello di Ni Una Menos dall’Argentina per una nuova giornata globale di sciopero per l’otto di marzo e di dotarsi di nuove forme locali di coordinamento tra i differenti nodi della rete. A gennaio ci sarà una nuova assemblea nazionale per mettere a fuoco la giornata della festa della donna, per non renderla un rituale ma una giornata di lotta radicale, e le nuove scadenze nazionali.

 

L’assemblea nazionale di Non Una di Meno riunita a Roma dopo l’oceanica manifestazione del 25 novembre, ha letto e fatto proprio l’ appello lanciato da Ni Una Menos Argentina alla costruzione dello sciopero globale delle donne per il prossimo 8 marzo 2018. Siamo pronte a incrociare le braccia di nuovo nel lavoro produttivo e riproduttivo, gratuito e a nero, formale e informale, costruiremo una nuova memorabile giornata di lotta delle donne, delle trans, dei soggetti queer, del lavoro femminilizzato, fuori dalla ritualità contro il ricatto della precarietà e delle violenza!

Noi, donne del mondo, siamo nel pieno di un processo di rivoluzione esistenziale. L’8 marzo del 2017 ci siamo unite, e abbiamo assunto una misura di forza: abbiamo fatto il primo sciopero internazionale delle donne, con un’articolazione transnazionale, multilinguistica ed eterogenea, in 55 diversi Paesi. Abbiamo cominciato a tessere la trama di un nuovo internazionalismo. Ci siamo costituite come soggette rivoluzionarie inattese a livello globale e abbiamo sfidato ogni forma di sfruttamento, razzismo e crudeltà dal punto di vista di un’etica femminista che ha come proprio centro una politica della vita, e non del sacrificio. Per noi ogni corpo, ogni esistenza conta. Mettiamo in pratica qui e ora il mondo in cui vogliamo vivere.

Diciamo Non Una di Meno come segno di una trasversalità che coniuga le melodie di rivoluzioni passate e la tenacia delle lotte femministe. Abbiamo messo in circolazione una forma di potere che si dissemina come un virus e germoglia al cuore delle organizzazioni politiche e sociali, aprendo spazi di democratizzazione e sfidando le retoriche dell’impotenza; rompe l’ambito domestico  come confinamento; trasforma il dibattito sindacale; attiva e moltiplica le resistenze all’interno della produzione e delle economie popolari; radicalizza la lotta contro l’estrattivismo e contro ogni forma di spossessamento; fa irruzione nell’industria dello spettacolo; pervade i linguaggi artistici; mette in tensione le lingue sedimentate, per obbligarle a nominare esistenze e identità nuove, contesta il controllo della finanza sul nostro quotidiano; esplode nelle piazze e nei letti. Nulla è immune alla rivoluzione femminista; la marea avanza e si ritrae, si diffonde carsicamente e si propaga come una scossa che produce nuova forza.

Noi scioperiamo perché ci sospinge questa marea, a sua volta nutrita dalle nostre rivolte.

Scioperiamo e fermiamo il mondo per negare radicalmente ogni naturalità alla violenza e a tutte le forme di sfruttamento. Scioperiamo contro la crudeltà che prende i nostri corpi come prede di conquista. Scioperiamo contro il razzismo e contro ogni forma di appropriazione dei nostri corpi e dei territori in cui viviamo. Scioperiamo in difesa delle nostre vite e delle nostre autonomie. Scioperiamo per inventare un tempo nuovo, in cui il nostro desiderio disegni un altro modo di vivere sulla terra.

Il nostro sciopero non è solo un evento, è un processo di trasformazione sociale e di accumulazione storica di forze insubordinate che non può essere imbrigliato nelle regole della democrazia formale. Il nostro movimento eccede costitutivamente l’esistente, attraversa frontiere, lingue, identità e scale per costruire nuove geografie, radicalmente diverse rispetto a quelle del capitale e dei suoi movimenti finanziari.

Contro la divisione sessuale e razzista del lavoro; contro il dominio della finanza sulla vita; contro la produzione di corpi e vite di scarto; contro il puritanesimo con cui pretendono di neutralizzare le nostre sperimentazioni; contro i tentativi di appropriazione neoliberale delle nostre rivendicazioni; contro il pinkwashing  delle multinazionali; contro gli immaginari e le pratiche machiste nei media; contro securitarismo e politiche meramente penali, che pretendono di disciplinare e moralizzare in nostro nome; contro la repressione, la criminalizzazione e la demonizzazione delle nostre lotte: contro tutto questo noi scioperiamo.

Lo sciopero è uno strumento che abbiamo reinventato per contestare e distruggere la trama delle violenze contro di noi. Lo sciopero ci consente di cartografare le nuove forme coloniali e imperiali di potere che si esercitano contro le nostre economie e i territori in cui viviamo. Lo sciopero ci chiama a fare inchiesta, ad attivare le resistenze e le disobbedienze, la produzione di forme di vita alternative e di corpi ribelli.

Ci convochiamo tutte, donne, lesbiche, trans e corpi femminilizzati del mondo, per propagare il virus dell’insubordinazione. Ci convochiamo nuovamente con una misura di forza e un grido comune per il prossimo 8 marzo del 2018: noi scioperiamo.

mercoledì 22 novembre 2017

Fuori dalla trappola del debito, riappropriamoci della ricchezza sociale territoriale


Il "Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi" propone un incontro nazionale delle realtà territoriali che promuovono l'audit sul debito dei Comuni.
25 novembre 2017, dalle ore 10,00 alle ore 18,00 al Circolo dipendenti sanità (Circolo Arci) in via Confalonieri, 20 - Parma
Gli enti locali e le comunità territoriali sono da tempo diventati uno dei luoghi fondamentali di precipitazione della crisi. L'insieme delle misure relative ai parametri del patto di stabilità interno e del pareggio di bilancio, le politiche applicate con la trappola del debito pubblico, i tagli previsti dalle diverse spending review hanno da tempo costretto con le spalle al muro gli enti locali, mettendo a repentaglio la loro storica funzione pubblica e sociale.
Oggi i Comuni sono stati trasformati in luoghi di mera facilitazione dell'espansione degli interessi finanziari e immobiliari, finalizzati a mettere le mani sul patrimonio pubblico, sui servizi pubblici locali, sul territorio. Funzionale a questo nuovo ciclo di espropriazione è la progressiva sottrazione, formale e sostanziale, degli spazi di democrazia.
Sindaci e amministratori sono dunque posti di fronte ad un bivio senza più zone d’ombra: devono decidere se essere solo gli ultimi esecutori di un processo di privatizzazione e tagli che dalle politiche economiche dell'UE discende verso i governi e scivola giù fino agli enti locali, o se riconoscersi come i primi rappresentanti degli abitanti di un determinato territorio e porsi in diretto contrasto con quei processi.
Anche le comunità locali, i lavoratori pubblici ed i movimenti sociali sono chiamati ad un salto di qualità: mettere al centro della propria riflessione ed azione concreta il tema della riappropriazione sociale, provando a rendere più forti le singole vertenze aperte sui temi dei beni comuni e dei servizi pubblici locali, attraverso un approccio “sistemico” alla comunità locale, capace di mettere radicalmente in discussione la questione del debito locale, del patto di stabilità interno e il mantra del “i soldi non ci sono”.
Negli ultimi tempi in diverse città e realtà territoriali sono nate esperienze di indagine indipendente (audit) sul debito degli enti locali; sono realtà in divenire che, nella riappropriazione collettiva dei beni comuni e della ricchezza sociale prodotta, provano a immaginare un nuovo modello di comunità territoriale e di democrazia partecipativa.
E' venuto il momento di provare a socializzare queste esperienze, rafforzandole nel reciproco confronto e riconoscimento e iniziando a costruire una comune piattaforma di rivendicazioni territoriali che mettano al centro il ripudio del debito illegittimo, il contrasto al patto di stabilità e al pareggio di bilancio, la necessità di una nuova finanza locale pubblica e sociale, finalizzata alla riappropriazione collettiva dei beni comuni e della democrazia.
La giornata nazionale d'incontro e di confronto comune del 25 novembre a Parma servirà a dire a chiare lettere, e provare a praticare, che le nostre vite vengono prima del debito, i nostri diritti prima dei profitti e il “comune” prima della proprietà.
 
programma della giornata:
Ore 10-13: Tavola rotonda con interventi dalla Commissione di audit del debito del Comune di Parma, Decide Roma, Massa critica Napoli, la Piattaforma di auditoria del debito in Spagna
 
Pausa pranzo
 
Ore 14-16.30: Gruppi di lavoro :
1. Pratiche di audit sui territori
2. Piattaforma politica nazionale di audit
 
Ore 16.45-17.30: Ritorno in plenaria. Discussione sulle proposte dei due gruppi di lavoro
 
 
Per ulteriori informazioni contattare Maria Ricciardi 3398097735, Cristina Quintavalla 3270570209, Sabrina Michelotti 3489110437

giovedì 16 novembre 2017

A Ghedi, marcia per il disarmo nucleare


APPELLO: APPUNTAMENTO A GHEDI  PER IL DISARMO  NUCLEARE

Lunedì 20 novembre alle ore 14 
la Carovana delle donne per il disarmo nucleare si muoverà da Ghedi, BS, contemporaneamente  alle  partenze da altri luoghi significativi ( Aviano – Livorno – Pisa – Trieste – Napoli – Sicilia – Sardegna, ove si trovano basi e porti nucleari) e confluirà a Roma il 10 dicembre davanti al Presidente della Repubblica cui si chiede di ricevere una delegazione della Carovana stessa. Il 10 dicembre è una data importante perché quel giorno  verrà consegnato il premio Nobel per la pace 2017 a ICAN ( Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari)
Perchè da Ghedi? Perchè è una base militare tristemente famosa in quanto da lì sono decollati  I tornado che hanno bombardato l’Iraq e l’Afghanistan, che hanno partecipato a “missioni di pace” in molti paesi, fra I quali la Libia, la ex Jugoslavia e la Siria.
A Ghedi, inoltre, sono stoccati 20 ordigni nucleari, le famigerate bombe B61 destinate ad essere presto sostituite dalle maggiormente micidiali B61/12 più idonee ad essere montate sui nuovi caccia F35.
Bisogna anche ricordare che la base di Ghedi dovrebbe essere chiusa ai sensi del trattato di non proliferazione delle armi nucleari, e che uno degli scopi principali della Carovana, che verrà illustrato al presidente della Repubblica,   è quello di ottenere che l’Italia sottoscriva il bando delle armi nucleari approvato dall’ONU il 7 luglio 2017.
Di questi tempi l’iniziativa della Carovana   è quanto mai opportuna e necessaria se guardiamo ai venti di guerra atomica e ai tanti generali e capi di stato  emuli di stranamore che predicano soluzioni finali.
 
La Carovana delle donne per il disarmo nucleare è sostenuta a livello nazionale da molte associazioni pacifiste e antimilitariste, ma è necessario che anche a Brescia, in Lombardia e in altre regioni vicine ci si mobiliti il più possibile per partecipare alla sua  partenza da Ghedi.
L’appuntamento è a Ghedi davanti alla base militare, in via Castenedolo 85, alle ore 14 di lunedì 20 novembre dove sarà presente anche Giovanna Pagani presidente di WILPF (Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà).

lunedì 16 ottobre 2017

In memoria di tutte le vittime del lavoro


È all’insegna dello slogan “cambiamo la storia” che ANMIL - Associazione Nazionale tra Lavoratori Mutilati ed Invalidi del Lavoro ha promosso la 67ª Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro che è stata celebrata domenica 8 ottobre in tutta Italia.

La Sezione di Brescia ha organizzato la manifestazione locale presso il Salone Vanvitelliano del Comune di Brescia.

La Giornata Nazionale da sempre rappresenta un momento di confronto e di impegno delle istituzioni nazionali e locali con una sola finalità: partecipare alle varie celebrazioni per sviluppare la cultura della prevenzione degli incidenti sul lavoro e aumentare la tutela delle vittime di infortuni e dei loro familiari.

Purtroppo, stando agli ultimi dati INAIL, la situazione resta allarmante. Sono infatti tornati ad aumentare i feriti e le vittime per gli infortuni sul lavoro. Questa è una tendenza che riguarda i primi sette mesi del 2017 per tutta l’Italia, compreso il territorio bresciano.

Infatti, sino all’agosto di quest’anno sia gli infortuni che i morti sul lavoro sono cresciuti in misura, rispettivamente, dell’1,3% e del 5,2% rispetto allo stesso periodo 2016.

In particolare, tra il 1° gennaio e il 30 luglio 2017 sono stati denunciati circa 380.000 infortuni, con un incremento di quasi 5.000 unità rispetto ai 375.000 circa dello stesso periodo dell’anno precedente. La crescita degli infortuni sul lavoro risulta più consistente tra quelli cosiddetti “in occasione di lavoro”, aumentati di quasi 3.000 casi, rispetto a quelli “in itinere” (+2.000 casi circa).

Ancora più preoccupante risulta l’andamento delle denunce degli infortuni mortali che dai 562 casi dei primi 7 mesi 2016 sono passati ai 591 dell’analogo periodo 2017: vale a dire 29 vittime del lavoro in più. L’incremento dei decessi risulta praticamente equiripartito tra quelli “in occasione di lavoro” cresciuti di 14 unità e quelli “in itinere” dove l’aumento è stato di 15 unità.

Nel bresciano, sono 9.364 gli infortuni avvenuti nei primi sette mesi del 2017, in aumento dell’1,4% rispetto al 2016. Anche le vittime sono aumentate, a 14 rispetto alle 9 dello stesso periodo dell’anno precedente. Le malattie professionali, infine, sono aumentate a 361. Restando nella nostra provincia, la metà degli infortuni – come registra l’Anmil – avvengono nel tragitto tra la casa e il posto di lavoro, mentre i settori più colpiti sono l’edilizia e l’agricoltura.

domenica 26 marzo 2017

Eurostop

abbiamo ricevuto e volentieri pubblichiamo il seguente comunicato stampa:

Ieri, sabato 25 Marzo, sono stati "festeggiati" al Campidoglio i 6o anni dalla firma del "Patto di Roma" del '57, con la partecipazione di 28 capi di Stato, che ha dato vita al processo che ha condotto nel tempo alla nascita della Unione Europea. In realtà questa non è affatto una ricorrenza da festeggiare in quanto la nascita della UE e l'introduzione dell'euro come moneta continentale hanno prodotto:

  • Un peggioramento netto e diffuso delle condizioni di reddito e di vita dei lavoratori, dei settori popolari e dei ceti medi spesso portati a livelli di povertà, soprattutto nei paesi dell'Europa meridionale.
  • Una restrizione degli spazi di democrazia con l'applicazione di trattati che centralizzano le decisioni economiche e politiche più rilevanti riducendo la sovranità dei popoli europei. La riforma costituzionale proposta da Renzi, sottoposta a referendum e bocciata dagli italiani andava esattamente in questa direzione.
  • Un interventismo militare che ha moltiplicato i conflitti dall'Ucraina fino alla sponda sud del Mediterraneo, in particolare in Siria e Libia, ed amplificato le drammatiche migrazioni dei popoli coinvolti dalle guerre.
Questi sono gli effetti di una costruzione istituzionale che oggi si sta dimostrando per di più incapace di fare i conti con una profonda crisi economica e sociale dimostrando l'inadeguatezza delle classi dirigenti del continente.

Tutto ciò avviene in un clima di crescente competizione economica e militare internazionale che oggi viene sostenuta dalla presidenza Trump negli USA, che si impegna nel riarmo nucleare, alla quale l'UE risponde da un rinnovato protagonismo anche militare, come è stato rivendicato nella 53ma edizione della Conferenza sulla Sicurezza tenutasi in Germania dall'Alto Rappresentante per la sicurezza Federica Mogherini.

lunedì 6 marzo 2017

8 MARZO 2017: Se le nostre vite non valgono, allora ci fermiamo!!!!!!


Brescia, così come moltissime città d’Italia, ha aderito al percorso NonUnaDiMeno.

In questo percorso la rete bresciana Non Una Di Meno, spazio politico aperto al contributo di tutt*, si inserisce, per costruire insieme lo sciopero globale delle donne anche a Brescia ed elaborare un percorso femminista e antisessista verso e oltre l’8 marzo.

Contro la violenza maschile sulle donne, contro le violenze di genere. Non produciamo, ci fermiamo, blocchiamo scioperiamo. Al lavoro, a casa, a scuola. Ci riprenderemo le strade, con i nostri corpi, i nostri desideri e i nostri bisogni.
Alle ore 9.00 in Piazza Garibaldi - Brescia
CORTEO studentesco e delle lavoratrici

Alle ore 17 in Piazza della Loggia
LETTURE PER BAMBINE E BAMBINI CONTRO GLI STEREOTIPI DI GENERE
Alle ore 18 in Piazza della Loggia
CORTEO DETERMINATE ED ARRABBIATE - Riprendiamoci la città!

 
Ci riprendiamo le strade, con i nostri corpi, i nostri desideri e i nostri bisogni. Perchè le strade sicure le fanno le persone che le attraversano!

L'8 marzo è una giornata di lotta, non un'occasione per far festa e riempire le case di mimose. Prende vita dagli scioperi delle operaie che dai primi del 900 in tutto il mondo animarono le lotte per i loro diritti violati di persone e lavoratrici. Ricordiamo le camiciaie di New York del 1909 e poi lo sciopero delle operaie di Pietrogrado l'8 marzo del 1917.

Niente mimose e dolcetti dunque:non abbiamo niente da festeggiare,abbiamo tutto da cambiare!
Dopo le straordinarie giornate di mobilitazione che hanno visto milioni di donne nelle piazze di tutto il mondo questo 8 marzo sarà: SCIOPERO GLOBALE DELLE DONNE.

Lanciato dalle consorelle argentine,ha raccolto l'adesione di 22 paesi perchè in differenti luoghi e contesti si vive analoga condizione di subalternità e violenza per tutte noi.

Siamo convinte che la violenza contro le donne non si combatte con l'inasprimento delle pene, ma con una trasformazione radicale della società e scioperiamo per affermare la nostra forza ;per la piena applicazione della convenzione di Istanbul contro ogni forma di violenza da quella economica alle molestie sessuali, a quella fisica e psicologica. Rivendichiamo il diritto di autodeterminazione per uscire da relazioni violente;per un salario equiparato a quello degli uomini;non accettiamo che una donna in quanto tale debba accontentarsi di un salario da fame magari perchè migrante. Vogliamo essere libere di muoverci e di restare e contro ogni frontiera chiediamo permesso,asilo,diritti e cittadinanza.

Ma scioperiamo soprattutto per distruggere la cultura della violenza attraverso la formazione e perchè l'educazione alla differenza sia praticata dall'asilo nido all'università.

COME SCIOPERARE L'8 MARZO

Abbiamo condizioni di lavoro e di vita diverse e per praticarlo concretamente elenchiamo alcune possibilità che ognuna può attuare nel suo piccolo:lo sciopero del consumo (niente spesa,niente festa);astensione dal lavoro perché è garantita la copertura sindacale nel pubblico e nel privato;adesione simbolica e sciopero del digitale (non entrare nei social network). Lo sciopero lo rivolgiamo soprattutto a noi donne ma ci sembra importante iniziare a costruire per quel giorno un supporto mutualistico anche con l'altro genere e con le lavoratrici e lavoratori con cui siamo in relazione.
UNO SCIOPERO contro ogni tipo di violenza, razzismo, omofobia, contro muri e frontiere. Insieme alle donne migranti. L’indicazione globale è quella di far pendere striscioni da ogni ponte in cui evidenziare il ripudio di gabbie e confini. Contenuti e simboli (la matrioska, il nero e fucsia come colori per riconoscersi) sono comuni, definiti a partire dalla grande manifestazione del 26 novembre (oltre 200.000 persone) in due assemblee nazionali. Le forme e le iniziative possono variare, anche una semplice comunicazione può servire: messaggi, chiacchiere, post su fb e su twitter

Non una di meno. Il movimento in marcia verso lo sciopero globale dell’8 marzo, a cui partecipano 40 paesi. La giornata di mobilitazione prevede 24 ore di astensione dal lavoro produttivo e riproduttivo. La violenza maschile contro le donne – dice il movimento – non si combatte con l’inasprimento delle pene (come l’ergastolo per gli autori dei femminicidi in discussione alla Camera), ma con una trasformazione radicale della società: con la lotta, quindi, concreta e simbolica contro un fenomeno strutturale che controlla e condiziona ogni ambito della vita delle donne: in famiglia, al lavoro, a scuola, negli ospedali, in tribunale, sui giornali, per la strada.

domenica 12 febbraio 2017

Stop CETA!

Siamo alla stretta finale: il CETA arriva al Parlamento Europeo, che dovrà ratificarlo durante la seduta del 15 febbraio a Strasburgo. Si tratta di un passaggio chiave per il nostro futuro, perché in questa votazione la posta in gioco è la gran parte delle conquiste sociali raggiunte negli ultimi decenni.

Per fermarlo lanciamo una mobilitazione, insieme alle reti internazionali, facendo appello alle italiane e agli italiani che hanno a cuore l’interesse pubblico, i beni comuni, l’ambiente e la democrazia. In questa fase, più che mai, è necessario l’aiuto di tutti per fare pressione sugli europarlamentari favorevoli a questo accordo tossico.

Qui il link alla pagina dedicata alla mobilitazione, dove trovate tutte le istruzioni per attivarvi e contrastare il CETA insieme


https://stop-ttip-italia.net/15-febbraio-stopceta-parlamento-ue-ratifica-333/

Ancora sul cosiddetto "Giorno del Ricordo": come si manipola la storia

Chi ha infoibato chi?
Ossia, come si manipola la storia attraverso le immagini: il "Giorno del Ricordo" e i falsi fotografici sulle foibe.

di Piero Purini con la collaborazione del gruppo di lavoro «Nicoletta Bourbaki»*

1. UN GIORNO A DANE, SLOVENIA, 31 LUGLIO 1942

Guardate questa foto:

Un plotone d’esecuzione in divisa, cinque fucilati di schiena che attendono la scarica.

Guardate ora quest’altre immagini:














Ce ne sono molte altre simili nei manifesti che pubblicizzano iniziative per il Giorno del ricordo.

A questo punto vi sarete convinti: i fucilati, chiaramente, sono italiani che vengono uccisi dalle truppe jugoslave.

La foto viene messa in onda nella trasmissione Porta a porta condotta da Bruno Vespa per la giornata del ricordo del 2012. Ospiti in studio, tra gli altri, gli storici Raoul Pupo e Alessandra Kersevan.

In quella trasmissione però emerge, con enorme disappunto di Bruno Vespa, che la foto non mostra la fucilazione di vittime italiane da parte dei feroci partigiani titini. Tutt’altro. Alessandra Kersevan fa notare che la foto ritrae la fucilazione di cinque ostaggi sloveni da parte delle truppe italiane durante l’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943). Bruno Vespa attacca furiosamente la signora Kersevan (non si sa perché altri ospiti vengono definiti professore o professoressa, titolo che spetterebbe di diritto anche a questa ricercatrice storica); Raoul Pupo interviene sulla questione solo quando viene interpellato direttamente dalla Kersevan e conferma che il contenuto dell’immagine è completamente opposto a quanto viene fatto passare nella trasmissione. Quando è costretto a prendere atto che la foto ritrae effettivamente ostaggi sloveni fucilati da un plotone d’esecuzione italiano, il conduttore si giustifica dicendo che l’immagine è tratta da un libro sloveno.

Bruno Vespa non porgerà mai le proprie scuse alla professoressa Kersevan per il madornale errore.

In effetti la fotografia è stata scattata nel villaggio di Dane, nella Loška Dolina, a sudest di Lubiana. Si sa anche il giorno in cui la foto fu scattata, il 31 luglio 1942, e addirittura i nomi dei fucilati:
Franc Žnidaršič,
Janez Kranjc,
Franc Škerbec,
Feliks Žnidaršič,
Edvard Škerbec.

Come nella Wehrmacht e nelle SS, anche nell’esercito italiano si documentavano stragi e crimini, salvo tenerli nascosti negli anni successivi per confermare il (finto) cliché del «bono soldato italiano».

Il rullino di cui la fotografia faceva parte viene abbandonato dalle truppe italiane dopo l’8 settembre 1943 e finisce nelle mani dei partigiani. Nel maggio del 1946 la foto (insieme ad altro materiale che testimonia la Lotta di liberazione jugoslava ed i crimini di guerra italiani e tedeschi in Slovenia) viene pubblicata a Lubiana nel libro Mučeniška pot k svobodi («La travagliata strada verso la libertà»).
Nello stesso anno, sempre a Lubiana, viene pubblicato – stavolta in italiano  – un altro libro sullo stesso tema, Ventinove mesi di occupazione italiana nella provincia di Lubiana: considerazioni e documenti, a cura di Giuseppe Piemontese.

Da quest’ultimo libro è tratta questa pagina, che riporta la foto con la didascalia: «…e un ufficiale si diletta a fotografare…» … che è la continuazione del commento ad un foto pubblicata accanto: «Prima di venir fucilati devono scavarsi la fossa». Non è la stessa fucilazione ma sono gli stessi fucilatori, è un’esecuzione di ostaggi nella vicina Zavrh pri Cerknici, avvenuta quattro giorni prima.





La stessa immagine però è passata persino sul Tg3 riferita alle vittime delle foibe.


In un’altra pubblicazione – Tone Ferenc, La provincia “italiana” di Lubiana. Documenti 1941-1942, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1994 – si trova la didascalia con tutte le informazioni necessarie a identificare la fucilazione di Dane. Eppure non basta: si continuano a presentare i cinque ostaggi sloveni della foto come italiani vittime degli slavocomunisti.

In alcuni casi l’uso della foto nei manifesti della Giornata del ricordo scatena reazioni internazionali: a protestare contro il clamoroso errore (ammesso e non concesso che non si tratti di una bufala voluta) è addirittura il Ministero degli esteri sloveno che segnala al Comune di Bastia Umbra l’uso improprio della fonte. Altre volte lettere giungono da storici indipendenti come Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi e Sandi Volk. Le reazioni sono spesso di scuse (con la conseguente rimozione del materiale iconografico da siti on line), ma in alcuni casi – quali quella dell’assessore alla cultura di Bastia Umbra, Rosella Aristei – si procede ad un’improbabile giustificazione dell’uso della foto come denuncia simbolica della violenza, esecrabile in tutte le sue varie forme.

La vicenda della foto di Dane ha il suo apice in una lettera di protesta spedita direttamente al presidente Napolitano da parte di Miro Mlinar, Presidente dell’Associazione dei combattenti per i valori della lotta di liberazione nazionale di Cerknica (Slovenia), offeso dal fatto che l’immagine fosse stata addirittura pubblicata impropriamente sul sito del Ministero degli interni italiano.
Il Presidente dell’Associazione dei combattenti slovena sostiene che è stata proprio la pubblicazione sul sito ufficiale italiano a giustificare in seguito l’uso scorretto della foto, facendola diventare uno strumento improprio per aizzare l’odio verso il popolo sloveno. Per questo suggerisce a Napolitano di spostare la data del Giorno del ricordo al 10 giugno, «data del vero inizio delle tragedie del popolo italiano.» A quanto risulta, il primo presidente proveniente dal partito italiano che più aveva contribuito alla Resistenza non si è nemmeno degnato di rispondere a Mlinar.

In qualche modo, tuttavia, la vicenda dell’abuso della foto di Dane arriva fino ai media nazionali. Finalmente, se ne occupa un articolo su "l’Espresso". Si spera che con questo passaggio su un periodico a diffusione nazionale finalmente Franc Žnidaršič, Janez Kranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič ed Edvard Škerbec possano avere la giustizia e la collocazione storica che si meritano.

2. FUCILATI MONTENEGRINI SPACCIATI PER «VITTIME DELLE FOIBE»


Le bufale legate alla giornata del ricordo non si limitano alla fucilazione degli ostaggi di Dane. Ecco qui un altro esempio:



Nell’intento di chi ha utilizzato queste foto, la prima rappresenterebbe un gruppo di italiani uccisi dai titini e la seconda un partigiano che prende a calci un povero prigioniero italiano.

Anche in questo caso invece la realtà è un’altra (già le divise dei due militari della seconda immagine non lasciano dubbi che si tratti di un soldato e di un ufficiale italiano): entrambe le foto fanno parte dello stesso rullino e documentano la fucilazione di ostaggi e partigiani in Montenegro, occupato dall’esercito italiano dall’aprile del 1941 all’8 settembre 1943. Ne esiste la sequenza completa (sul sito criminidiguerra.it ), qui le tratteremo una per una perché ogni fotogramma contiene particolari che smentiscono si tratti di italiani.

I prigionieri montenegrini sono presi a calci da un soldato italiano riconoscibile dalla divisa mentre vengono portati sul luogo della fucilazione:

Poi i prigionieri sono schierati davanti al plotone d’esecuzione. Che non si tratti di italiani è intuibile dal copricapo del terzo e del quinto condannato da sinistra che indossano la tipica berretta montenegrina. Quattro ostaggi alzano il pugno chiuso, evidente testimonianza che – almeno quei quattro – sono partigiani comunisti. L’uomo al centro della foto, accanto a quello che mostra il pugno, indossa il berretto partigiano, la cosiddetta “titovka”. Parte la scarica (italiana)…


Gli ostaggi sono morti. E’ la stessa foto che illustra la notizia del Giorno del ricordo a Cernobbio, ma ora sappiamo che sono vittime montenegrine degli italiani e non italiani vittime degli jugoslavi.


L’ufficiale italiano, la cui mano si intravede in alto a sinistra, spara il colpo di grazia ai fucilati. Anche in questa foto c’è un particolare che conferma il fatto che le vittime non sono italiane: uno dei morti calza le tipiche babbucce serbo-montenegrine, le opanke.
L’ultima foto del rullino:
 

3. NUMERO D’INVENTARIO 8318

Altra foto che non rappresenta vittime delle foibe, ma che viene fatta passare come tale:

Fin da subito questa foto non convince per diversi particolari: il paesaggio non è per nulla istriano o carsico, le divise non sembrano assolutamente divise “titine” o anche di partigiani non inquadrati in formazioni regolari, i cadaveri sono troppi e troppo “freschi” per essere stati estratti da una foiba. Nel caso in cui non si trattasse di vittime estratte da una foiba ma di un’esecuzione sommaria da parte degli jugoslavi, colpisce invece il fatto che i morti sembrano essere tutti maschi e che non ci sia tra loro nemmeno una persona in divisa (dal momento che, nella vulgata fascista e neofascista sulle foibe, nel 1943 sarebbero stati eliminati tutti coloro che potevano essere considerati funzionari dello Stato italiano, compresi dunque militari e pure donne).

Dopo innumerevoli supposizioni (Katyn? Stragi di ebrei nel Baltico?), grazie alla solerzia di un giapster, Tuco, troviamo l’originale. Si trova nell’archivio dell’Armata Popolare Jugoslava a Belgrado. Che si tratti di una stampa dal negativo è chiaro dalla pulizia e dalla definizione dell’immagine: in nessuno dei siti italiani che riportano la foto, questa è così nitida e i dettagli così visibili. Ma ciò che è più interessante è quel che c’è scritto dietro. Il sito, infatti, riporta anche il retro della foto, dove ogni archivio fotografico segnala le note e la descrizione relativa all’immagine.

La traduzione è la seguente: «Numero d’inventario 8318. Crimine degli italiani in Slovenia. Negativo siglato A-789/8. Originale: Museo dell’JNA a Belgrado»

Dunque non si tratta, nemmeno in questo caso, di vittime delle foibe, ma piuttosto del contrario: vittime slovene uccise dall’esercito italiano.

Ciò che è impressionante è la velocità con cui su internet un’immagine diventa virale (e dunque “vera”): cercando nel web il 10 febbraio alle otto di sera, quest’immagine – secondo le mie modeste conoscenze informatiche – appariva sette volte, tutte e sette associata al descrittore “foibe”. Due giorni dopo la foto era reperibile su ben 103 siti, a dimostrazione dell’incredibile potenza moltiplicativa di Internet, pur trattandosi di una bufala.

4. SI PARLA DEL «DRAMMA DEGLI INFOIBATI» E SI MOSTRA UN UFFICIALE DELLE SS MA FORSE LA STORIA E’ ANCORA PIU’ ASSURDA

Su internet si trova anche la seguente immagine:


Immagine generalmente associata al massacro degli ufficiali polacchi a Katyn, alla liquidazione degli Shtetl in Polonia ed Ucraina, alle uccisioni delle foibe, addirittura ad esecuzioni da parte austro-ungarica di prigionieri catturati durante la disfatta di Caporetto nel 1917. Non ho trovato un archetipo, ma escludo tanto Katyn quanto le foibe in quanto non esistono testimonianze fotografiche delle esecuzioni ed in entrambi i casi non avrebbe avuto senso spogliare le vittime. L’attribuzione più plausibile mi sembra quella dell’eliminazione di prigionieri (russi?) in qualche villaggio dell’est o in un campo di concentramento, vista anche la divisa del boia, che sembra essere delle SS-Totenkopfverbände (Testa di morto), reparto adibito alla custodia dei campi nazisti.

5. BRUNO VESPA CI RICASCA: I PARTIGIANI IMPICCATI A PREMARIACCO

Torniamo ora a Bruno Vespa. Oltre a non essersi mai scusato ufficialmente con Alessandra Kersevan per l’errore (?) dei fucilati di Dane, nella trasmissione dedicata alla Giornata del ricordo di quest’anno (2015), mentre sta parlando di «esecuzioni sommarie a Trieste», manda in onda questa foto:
 
Chiaramente lo spettatore ignaro viene indotto a pensare che si tratti di italiani impiccati dai partigiani titini. Invece non è così: come nel caso di Dane, Vespa mostra in un contesto un’immagine che è esattamente l’opposto. Si tratta infatti di partigiani friulani (più uno goriziano ed uno sloveno) impiccati a Premariacco in Friuli il 29 maggio del 1944.


Anche i nomi delle vittime di questa strage sono conosciuti:
Sergio Buligan, 18 anni;
Luigi Cecutto, 19 anni;
Vinicio Comuzzo, 18 anni;
Angelo Del Degan, 18 anni;
Livio Domini, 18 anni;
Stefano Domini, 19 anni;
Alessio Feruglio, 19 anni;
Aniceto Feruglio, 17 anni;
Pietro Feruglio, 18 anni;
Ardo Martelossi, 19 anni;
Diego Mesaglio, 20 anni;
Mario Noacco, 20 anni;
Mario Paolini, 18 anni,
tutti di Feletto Umberto.
Inoltre:
Ezio Baldassi di San Giovanni al Natisone, 16 anni;
Guido Beltrame di Manzano, 60 anni;
Sergio Torossi di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Antonio Ceccon di Dogna, 19 anni;
Luigi Cerno di Taipana, 21 anni;
Bruno Clocchiatti di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Oreste Cotterli di Udine, 41 anni;
Agostino Fattorini di Reana del Rojale, 24 anni;
Dionisio Tauro di Chions, 41 anni;
Guerrino Zannier di Clauzetto, 25 anni;
Mario Pontarini o Pontoni;
Luigi Bon di Gorizia, 35 anni;
Jože Brunič di Novo Mesto.

Dal momento che in contemporanea ci fu un’esecuzione collettiva anche a San Giovanni al Natisone e non è perfettamente chiaro quali dei partigiani elencati sopra siano stati uccisi a Premariacco e quali a San Giovanni, pubblichiamo qui di seguito anche la foto dei caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone, sperando in questo modo di evitare preventivamente che si insulti anche la loro memoria.


6. CHE C’ENTRA SREBRENICA CON LE FOIBE?

C’è poi l’articolo de «Il Piccolo» di Trieste che sarebbe esilarante se non trattasse di un argomento, anzi due, così macabro e doloroso.

Il sottotitolo della foto reca la dicitura: «L’esumazione di una parte dei cadaveri rinvenuti in una foiba». Peccato che la foto sia a colori, gli esumatori indossino jeans e sia evidente come l’immagine sia di decenni più recente. Facendo una rapida ricerca su internet si trova l’originale: è una fossa comune nel villaggio di Kamenica in Bosnia, nel Cantone di Tuzla, in cui sono stati sepolti musulmani bosniaci dopo la deportazione da Srebrenica.

L’errore è così grossolano che il giornale nel giro di poche ore sostituisce la foto con quella che si riferisce effettivamente al recupero di corpi dalla foiba di Vines, 1943.




7. LA «VERA STORIA» CON COPERTINA FALSA

Passiamo poi ad uno dei taroccamenti più evidenti dell’intera vicenda “foibe”, che richiama alcuni dei luoghi comuni più triti sulla bestialità dei partigiani, la sanguinarietà truculenta e la partecipazione delle partigiane (le terribili “drugarice”) alle azioni più violente. Si tratta della copertina del libro Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, di Giuseppina Mellace, edito da Newton Compton.

Nella copertina si vede un trio (ad occhio: un partigiano e due partigiane) nell’atto di sgozzare una vittima (presumibilmente un povero italiano). Anche qui però il taroccamento è palese. 

Anche in questo caso si assiste ad un totale ribaltamento del senso dell’immagine. I carnefici della foto infatti sono una Crna trojka (“Terzetto Nero”), unità četniche, cioè appartenenti all’esercito nazionalista serbo. Si trattava di una sorta di tribunale volante che aveva il compito di eliminare collaborazionisti dell’occupatore. Con l’evolversi della guerra e con l’avvicinamento di Draža Mihailović ai tedeschi, le Crne trojke si dedicarono sempre più all’esecuzione sommaria di partigiani comunisti, di simpatizzanti del movimento partigiano e dei loro familiari. Che si tratti di četnici e non di partigiani è facilmente deducibile dall’abbigliamento: anziché la bustina partigiana (la cosiddetta titovka, già citata nel caso dei fucilati montenegrini), gli individui fotografati sul libro della Mellace hanno in testa una šajkača, il tipico copricapo serbo, utilizzato dai nazionalisti serbi.

Notevole la differenza tra una titovka (che peraltro è sempre ornata da una stella rossa) e una šajkača (che solitamente ha in fronte uno scudo con l’aquila serba, decisamente più grande, come si può notare dal copricapo del četniko in piedi al centro della foto).

Il fatto poi che siano četnici esclude che le due persone in piedi siano donne: è noto che i nazionalisti serbi portavano i capelli lunghi alle spalle.

Inoltre che la vittima non sia un italiano è nuovamente intuibile dalle calzature, che sono – come nel caso di alcuni dei fucilati del Montenegro – opanke, cioè le babbucce tipiche della Serbia e del Montenegro.

8. MORTI NEI LAGER NAZISTI E FASCISTI SPACCIATI PER… INDOVINATE COSA?

Per taroccare le immagini relative alla Giornata del ricordo non si è disdegnato di utilizzare anche i campi di concentramento e sterminio nazisti.

Il Comune di Brisighella (ma a grandi linee mi pare che l’utilizzo della foto sia più diffuso) ha commemorato le foibe con questa foto che in realtà è una foto di cadaveri nel campo di Bergen-Belsen; mentre su alcuni siti e addirittura in un manifesto della Provincia di Foggia è apparsa una foto di bambini in un campo nazista spacciata – non si capisce bene in che modo – per una foto relativa alle foibe.

Sempre in tema di campi di concentramento ecco un’altra foto clamorosamente sbagliata:

In realtà si tratta di un deportato croato nel campo di concentramento italiano dell’isola di Arbe.L’immagine è addirittura sulla copertina di un libro di Alessandra Kersevan "Lager italiani".

Ancora una volta le fotografie utilizzate per la Giornata del ricordo girano la verità storica di 180°, presentando le vittime come aguzzini e viceversa.







9. FRANCESI IN FUGA DA HITLER SPACCIATI PER ESULI ISTRIANI

Non basta, manca l’esodo. Ecco qui una foto che ha girato parecchio su internet: una bambina e la sua famiglia scappano dall’occupazione jugoslava di una città istriana.

Ma ecco la sorpresa: la didascalia dice: «Bambini fuggono dall’avanzata di Hitler nel 1940». Si tratta di una foto scattata nel giugno del 1940 quando le truppe del Reich invasero la Francia. Dunque sbagliata la collocazione (non Istria, ma Francia), sbagliato l’anno (non 1945-47, ma 1940), sbagliato l’invasore (non Tito, ma Hitler).

La foto si trova addirittura sulla copertina del libro "Fleeing Hitler" di Hanna Diamond, storica e francesista, docente all’Università di Bath in Inghilterra, ma come ben si sa, raramente in Italia si prendono in considerazione gli studi stranieri…

10. BRIGANTI INFOIBATI

Appare su un sito la seguente foto di infoibati:
Peccato che queste vittime delle foibe siano state uccise circa ottant’anni prima, e non dall’esercito jugoslavo, bensì da quello italiano. Infatti è una delle tante foto che le armate sabaude scattavano ai cadaveri dei briganti appena uccisi, nell’intento di dimostrare la semibestialità delle masse rurali meridionali, di documentarlo con scientificità lombrosiana e di assecondare il gusto morboso dell’epoca. Al di là dell’errore marchiano (ma ci siamo abituati) in questo caso è interessante vedere la genesi dell’errata attribuzione che dimostra la superficialità assoluta con cui molti scelgono la documentazione fotografica da allegare agli articoli. 

11. DOVEROSE RIFLESSIONI

Colpisce il fatto che, mentre per le foibe manca una documentazione fotografica delle uccisioni e le immagini relative al recupero dei corpi sono abbastanza rare (il che potrebbe essere un ulteriore riscontro che le effettive uccisioni nelle cavità carsiche furono relativamente poche, nell’ordine di grandezza delle centinaia e non delle migliaia), immagini dell’esodo sono invece piuttosto diffuse, soprattutto di quello da Pola, ma in occasione della Giornata del ricordo non si disdegna di adoperarne di fasulle. Perché?
Una parte di responsabilità va sicuramente attribuita al fatto che spesso queste ricorrenze sono organizzate (o pubblicizzate graficamente) da persone senza una sufficiente preparazione storica, quando non del tutto estranee all’ambito. Mi pare possibile che le foto vengano selezionate in base all’impatto emotivo che possono suscitare su chi le guarda e dunque non si vada troppo per il sottile. La foto dell’esodo “francese” ha in primo piano un’adolescente dall’espressione spaventata, che sicuramente è un elemento di grande presa emotiva e ha l’effetto di rappresentare l’esodo istriano per quello che non è stato: una fuga disordinata da un invasore sanguinario (come invece lo fu quella dei profughi francesi dalla Wehrmacht) invece che un processo migratorio sviluppatosi nell’arco di un decennio abbondante, come i dati statistici permettono di rilevare.

Tuttavia ciò che colpisce di più è il fatto che la maggior parte dei falsi che siamo riusciti a smascherare presenti un totale ribaltamento del contenuto: sono foto che mostrano vittime slovene (o croate o partigiane) uccise dagli italiani, ma vengono presentate come l’opposto, italiani vittime delle violenze slavocomuniste.

Una spiegazione “tecnica” potrebbe essere quella che gli addetti al reperimento del materiale si siano limitati a digitare su Google qualcosa tipo “Jugoslavia”, “crimini” o “vittime” e “italiani” e senza accorgersi siano capitati in siti dove vengono documentate le violenze italiane in Jugoslavia: l’utilizzo di quelle immagini sarebbe dunque semplicemente un errore di superficialità. Se è vero che la cura nella corretta identificazione delle immagini fotografiche è significativamente inferiore a quella riservata ad altre tipologie documentali, nel caso delle immagini delle foibe questa pessima pratica sembra quasi essere la norma.

Non mi sento però di escludere che questa totale inversione sia invece dolosa: che si tratti di un atto volontario nato proprio per instillare on line confusione e il dubbio che le foto delle vittime della resistenza siano effettivamente tali (e rendere questo dubbio virale attraverso l’incredibile forza di replica di internet), o forse più semplicemente per provocare, offendere e screditare la memoria della Lotta di liberazione jugoslava.

Un altro aspetto che salta agli occhi ricercando in questo campo è la carenza di immagini testimonianti la repressione violenta degli italiani ad opera dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, se confrontate alle foto esistenti di violenze italiane in Jugoslavia, decisamente più numerose e dettagliate. D’altra parte ciò è fisiologico: i popoli jugoslavi subirono un’invasione che provocò un numero enorme di vittime. La Jugoslavia ebbe un milione di morti su una popolazione di quindici milioni (cfr. John Keegan, Atlas of the Second World War); nella provincia di Lubiana vi furono 30.299 vittime su una popolazione totale di 336.300 abitanti (9% degli abitanti). Nella Venezia Giulia, invece, il numero delle vittime “italiane” dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo arriva a poche migliaia (contando anche coloro che morirono in prigionia di stenti e malnutrizione, cosa che accadeva anche nei campi di prigionia angloamericani), tra cui alcune centinaia di “infoibati”. Non lo dico io ma il rapporto della Commissione storica italo-slovena, che certo non si può accusare di “titoismo”.
A dispetto della risonanza mediatica che viene data alle foibe e alle vicende del confine orientale, si trattò di un episodio minore e periferico in quell’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale.

L’attribuzione a sé da parte italiana di questo materiale iconografico potrebbe semplicemente mascherare la consapevolezza di non averne o di averne pochissimo e di volersi opportunisticamente appropriare di quello dell’avversario per colmare le proprie lacune, in un’epoca come quella odierna in cui le immagini contano di più dei concetti.

L’idea che alla base di questi errori vi sia un opportunismo di questo tipo viene in qualche modo confermata anche dall’analisi di chi sono gli autori. Se nel caso di singoli utenti di Facebook o di blogger che arricchiscono con immagini i propri commenti, l’errore in buona fede può sicuramente starci; nel caso di giornalisti, di grafici o di impiegati comunali che cercano materiale fotografico per la Giornata del ricordo l’errore mi sembra possibile, ma abbastanza più grave. Del tutto ingiustificabile invece risulta un’attribuzione sbagliata quando si tratta di media a diffusione nazionale e di opinion maker come Bruno Vespa, oppure di istituzioni pubbliche nazionali, come nel caso del sito del Ministero degli interni denunciato da Mlinar. Un ultimo caso in questo senso è stata la foto allegata ai tweet per il 10 febbraio della Camera dei deputati e del presidente della Camera Laura Boldrini:


L’originale di questa foto si trova alla Sezione storia della Biblioteca Nazionale e degli studi di Trieste (Narodna in študijska knjižnica – Odsek za zgodovino). A quanto ne so è stata pubblicata solo una volta, nel libro di Jože Pirjevec Foibe. Una storia d’Italia (Einaudi 2009). La foto completa è questa:


 
Si noti la didascalia presente sotto la foto.

Non appena alcuni utenti segnalano via tweet la falsificazione, lo staff comunicazione di Montecitorio si affretta a rimuovere la foto da twitter scusandosi per l’errore ma, considerando che quell’immagine è stata pubblicata solo ed esclusivamente con una didascalia che ne spiega con chiarezza il contesto, è difficile pensare che il suo utilizzo per raffigurare le foibe sia dovuto soltanto a un’ingenuità. Ciò che inquieta è che siano le stesse istituzioni dello Stato a prestarsi a questo gioco, ma dal momento che la Giornata del ricordo è diventata uno dei pilastri della creazione di una mitologia collettiva nazionale italiana e della memoria condivisa, non stupisce che il travisamento della realtà storica e delle immagini venga portato avanti anche ad alto livello politico.

Il materiale fotografico è documentazione storica. Dovrebbe essere utilizzato come tale, con rigore e consentendo a chi lo guarda di avere tutte le informazioni che gli permettano di utilizzarlo al meglio: che cosa mostra la foto, dove è stata scattata, quando, da chi, dov’è conservata. Dovrebbe essere uno strumento per capire meglio gli avvenimenti storici, per poter comprendere gli eventi non solo attraverso la lettura, il racconto e la riflessione, ma anche attraverso la vista. L’utilizzo che invece si è fatto del materiale fotografico che abbiamo preso in esame è l’opposto di questo. Le immagini sono state utilizzate (e manipolate) per colpire le emozioni e non la ragione, sono state usate come santini della vittima di turno, come oggetti devozionali, reliquie con le quali esprimere e consolidare la propria fede, sono state manipolate per dimostrare l’esatto opposto di ciò che rappresentano. E, come buona parte delle reliquie, si sono dimostrate false.

A noi il compito di resistere, continuando a segnalare le manipolazioni della storia e a contrastare l’omologazione e il pensiero unico.

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* Piero Purini (Trieste, 1968) si è laureato in storia contemporanea all’Università di Trieste sotto la guida del prof. Jože Pirjevec. Ha poi frequentato corsi di perfezionamento post laurea presso l’Università di Lubiana e quindi ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Klagenfurt sotto la guida del prof. Karl Stuhlpfarrer. Si occupa principalmente di movimenti migratori, di spostamenti di popolazione e di questioni legate all’identità e all’appartenenza nazionale: il fatto di aver studiato in Italia, Slovenia ed Austria gli ha permesso di analizzare la storia di una regione etnicamente complessa come la Venezia Giulia in una prospettiva più internazionale ed europea. È autore dei libri Trieste 1954-1963. Dal Governo Militare Alleato alla Regione Friuli-Venezia Giulia (Trieste, Circolo per gli studi sociali Virgil Šček – Krožek za družbena vprašanja Virgil Šček, 1995) e Metamorfosi etniche.
I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975 (KappaVu, Udine 2010; nuova edizione: 2014). Per Giap ha scritto il saggio Quello che Cristicchi dimentica.  Magazzino 18, gli «italiani brava gente» e le vere larghe intese (febbraio 2014). Affianca all’attività di storico anche quella di musicista.


Nicoletta Bourbaki è l’eteronimo usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983.