lunedì 25 marzo 2013

La selvaggia devastazione dell'ambiente bresciano

A Bargnana di Rovato un maxi ritrovamento di rifiuti pericolosi
Tra Tav e Brebemi un mare d'amianto. Cepav2: «Non è roba nostra». I sindaci: «Intervenga la Regione»


Un paesaggio lunare, costellato da decine di bianchi sacchi contenti scorie d'amianto. Siamo a ridosso del cantiere Tav a Bargnana di Rovato, lungo la strada provinciale 16 che prima dei lavori dell'alta velocità e di Brebemi zigzagava tra caratteristici scorci di Bassa. Sparita per sempre.
Le scorie ritrovate sottoterra durante i lavori di cantiere ammontano a migliaia di quintali, «ma non sono di nostra competenza» ribatte l'ingegner Franco Lombardi del Consorzio Cepav2.
Se non sono state trovate sotto il tracciato Tav, possono essere emerse dalla realizzazione di un sottopasso funzionale alla Brebemi, magari lungo il vecchio tracciato della s.p. 11. Eppure ad un tiro di schioppo si trovano altri cumuli di detriti, con tanto di cartelli Italferr che specificano la tipologia (materiale di demolizione, terre e rocce da scavo). Il cemento-amianto estratto dalla terra invece è stato riposto in appositi big bag sigillati, come vuole la legge. Quella legge che qualcuno in passato non ha rispettato, smaltendo rifiuti pericolosi sotto i fertili campi dell'ovest bresciano. Resti tossici che le ruspe oggi stanno riportando alla luce. Non solo a Rovato.
Dieci giorni fa è stata infatti scoperta dai carabinieri dei Noe una maxi discarica di scorie d'acciaieria e fluff in territorio di Ospitaletto, a ridosso del tracciato Tav. Non solo. Lo stesso consorzio Cepav2, che sta realizzando i 39 chilometri di strada ferrata tra Treviglio e Brescia, nei carotaggi fatti due anni fa ha trovato di tutto. A Castegnato la terra è contaminata da cromo, manganese e tricloroetilene. A Ospitaletto il cromo arriva a 1.500 milligrammi per chilo di terra, un valore doppio rispetto ai limiti di legge per le aree industriali (perché non valgono i parametri per i terreni agricoli?). E il problema si è presentato anche a Travagliato. Cepav, è bene precisarlo, dovrà farsi carico delle bonifiche. E il conto si presenta salatissimo. «Ad inquinare sono state aziende che hanno fatto buche e poi le hanno riempite di scorie - spiega un altro ingegnere del consorzio Cepav2 - ma a pagare sarà Pantalone, ovvero lo Stato, ovvero tutti i cittadini».
Ed è forte la preoccupazione per i sindaci del territorio. «Lungo il tracciato della linea ferroviaria Milano-Venezia, in territorio bresciano c'è una discarica dietro l'altra - commenta laconico Giuseppe Orizio, primo cittadino di Castegnato dal 2004 - e se non ci fossero stati i lavori della Tav non le avremmo nemmeno scoperte». Ma quante sono? È possibile avere una mappatura completa delle criticità? «Dopo Pasqua noi sindaci del territorio ci incontreremo - prosegue Orizio - e coinvolgeremo anche la Regione». Da valutare anche le possibili conseguenze per la salute pubblica, visto che sopra le vecchie discariche spesso e volentieri si trovano campi coltivati (come a Ospitaletto e Castegnato). «In merito alla discarica sequestrata a fianco dell'Acciaieria Stefana siamo in attesa dei risultati dell'Arpa - aggiunge Gianbattista Sarnico, sindaco di Ospitaletto - e in base a quelli dovremo poi confrontarci con la Regione e con lo stesso consorzio Cepav»
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L'inquinamento di Adro (e del suo sindaco leghista)
Esalazioni tossiche dai capannoni dell'ex ditta del sindaco leghista Lancini. Mancano concessione edilizia e agibilità. Legambiente denuncia: «Quella fabbrica dei veleni deve chiudere». L'Arpa si allarma ma non blocca lo smaltimento.

(18 Gennaio 2013, il Manifesto) Esalazioni nauseabonde, insopportabili, che provocano malori ai lavoratori delle ditte vicine e arrivano perfino in paese. Il fantasma dei rifiuti tossici è tornato ad agitarsi ad Adro, il paesino della Franciacorta bresciana amministrato dal leghista Oscar Lancini. Tutto è cominciato qualche mese fa, quando ha riaperto - come rivelato da un'inchiesta de il manifesto - l'impianto di trattamento di rifiuti liquidi pericolosi di proprietà del sindaco del Carroccio, ceduto nel 2009 a una misteriosa ditta, la ValleSabbiaServizi, il cui responsabile tecnico è il fratello, Luca Lancini.
Le denunce dei vicini sono cominciate subito, appena avviati gli impianti di Adro della ValleSabbiaServizi nell'aprile del 2012. Miasmi e intossicazioni non solo fastidiose ma «lesive della salute», che provocano «difficoltà a respirare, bruciore agli occhi e alla gola, tosse e lacrimazione persistenti». Il sindaco di Adro, interpellato in qualità di responsabile della salute pubblica, «non risponde».
Lo scorso 19 novembre le esalazioni tossiche dovevano essere più forti del solito. Un odore insostenibile che brucia gola e polmoni, avvertito anche per la strada e negli uffici delle ditte vicine. Sul posto giungono carabinieri, vigili del fuoco, Arpa e polizia locale. Gli agenti lo sanno che quella era la ditta del sindaco Lancini, la Elg, una ditta fallita nel 2007 e uscita indenne - grazie alla prescrizione - da tre processi per inquinamento e traffico di rifiuti.
«Nella reception - scrivono i vigili - dove si sentiva un odore disgustoso e insopportabile, ci riceveva un tecnico che ci chiedeva di attendere. All'interno del capannone si percepiva un odore putrescente insopportabile e l'ambiente era invaso da odori disgustosi e nauseanti».
Per la ValleSabbiaServizi è un giorno di normale funzionamento degli impianti, ma sembra la scena di un incidente chimico: nemmeno spulciando i formulari gli investigatori sono riusciti a capire che rifiuti stessero trattando quel giorno, perché le scorie nelle vasche erano miscelate. Qualche giorno prima una dipendente della Mecc-Lan, la ditta accanto, era stata ricoverata al pronto soccorso di Chiari, colpita da un malore per gli odori «nauseanti e d'ammoniaca».
I tecnici dell'Arpa, l'agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, nel corso di un sopralluogo hanno trovato le finestre di areazione aperte e persino «del guano depositato nel tempo all'interno del capannone industriale, dove ormai risiedono indisturbati numerosi volatili». Com'è possibile che una ditta autorizzata nel 2012 con sei conferenze dei servizi dalla Regione Lombardia, dalla Provincia, dall'Arpa e dal Comune versi in simili condizioni?
Il tecnico del comune di Adro l'ha cercata a lungo e alla fine ha dovuto ammettere: «Non si trova». Si tratta della concessione edilizia n. 41/91, grazie alla quale il capannone dei Lancini ha sempre trattato rifiuti tossici, e su cui si basa anche la nuova autorizzazione della ValleSabbiaServizi. Quel documento, richiamato dall'Aia del marzo 2012, forse non è mai esistito o è decaduto da diversi anni.
Non solo, mancano anche il certificato di agibilità dei locali e di prevenzione incendi rilasciato dai Vigili del Fuoco. E non sono solo mere formalità per una ditta che smaltisce i più micidiali rifiuti liquidi e fanghi industriali.
Legambiente, che negli anni scorsi si è costituita parte civile nei processi per inquinamento contro la vecchia Elg, non ne vuole sapere dei veleni della nuova ditta: «È scandaloso - ha dichiarato il presidente del circolo Ilaria Alpi di Erbusco, Mario Corioni - da vent'anni trattano rifiuti tossici senza l'agibilità dei locali e nessuno li ha fermati». E ha subito presentato un esposto in cui si chiede «la sospensione dell'attività in via cautelare a tutela della salute pubblica» ai vigili di Adro e ai carabinieri del Noe. Ma ad oggi (la denuncia è del 10 dicembre) nessuno è intervenuto per sospendere l'attività pericolosa della ValleSabbiaServizi.
Chi ha memoria della vecchia ditta dei Lancini ricorda che anche allora tutto cominciò con gli odori. Lo testimonia una nota della Provincia di Brescia del 5 agosto 1997 sulle «esalazioni maleodoranti in atmosfera causate dalla ditta Eredi Lancini Giancarlo». Poi improvvisamente i miasmi sparirono. Perché?
La risposta potrebbe venire da un documento dei carabinieri del Noe del giugno 2005, che descrive le modalità di scarico in fognatura dei rifiuti trattati dalla ditta del sindaco Oscar Lancini. Lo scarico della Elg avveniva «nelle seguenti modalità cicliche: scarico concentrato per pochi minuti, scarico con acqua di lavaggio per 6-8 minuti, nessuno scarico per 5 minuti». I fanghi industriali, che inizialmente erano accatastati nel capannone provocando forti odori - secondo una fonte che conosceva la Elg da vicino - sparivano poi piano piano nel fiume diluiti insieme all'acqua, anche se la magistratura non è riuscita ad accertare le responsabilità dei Lancini.
La ValleSabbiaServizi di Adro è solo una filiale della ditta principale, la ValleSabbiaServizi di Agnosine, un'azienda avvolta dal mistero. Dello stabilimento principale, un capannone di enormi dimensioni ai margini di questo piccolo comune della Valle Sabbia, non sanno quasi nulla neanche in paese. L'azienda si occupa di «cernita, pretrattamento e stoccaggio provvisorio di rifiuti speciali pericolosi e tossico-nocivi» ed ora che è entrato in attività il nuovo impianto di Adro, ceduto dalla famiglia Lancini, ha anche la possibilità di smaltire i rifiuti liquidi pericolosi.
Ai tempi della Elg la ValleSabbiaServizi girava le sue scorie liquide alla ditta di Oscar Lancini. «I rifiuti troppo pericolosi - racconta un autotrasportatore - quelli che non avrebbero accettato da nessun'altra parte, venivano portati alla Elg». Qualche anno dopo Luca Lancini, fratello del sindaco di Adro, sarebbe diventato il responsabile tecnico della ValleSabbiaServizi di Agnosine, ruolo che ricopre anche oggi.
La ValleSabbiaServizi è stata coinvolta in due rilevanti scandali ambientali: nel 2001 il suo presidente Enzo Caini è stato rinviato a giudizio dalla Procura di Sassari con l'accusa di miscelazione e traffico di rifiuti pericolosi e falsificazione dei formulari di trasporto. Alcune ditte del nord, tra cui quella di Agnosine, avevano spedito in Sardegna un carico di 54 container con rifiuti speciali destinati alla discarica Siged di Scala Erre. Il carico fu sequestrato dalla polizia di Porto Torres appena sbarcato dalla motonave Robur.
Il caso più clamoroso è però quello della bonifica di Pioltello Rodano (Mi), uno dei sette siti inquinati di interesse nazionale presenti in Lombardia. Nel 2011 la Daneco Impianti del gruppo Colucci, un colosso internazionale dei rifiuti incaricato della bonifica del sito, ha inviato in questa ditta sperduta nella Valle Sabbia 2.114 tonnellate di rifiuti pericolosi provenienti dalle discariche dell'«ex Sisas» inquinate dal nerofumo al mercurio. Ma la ValleSabbiaServizi poteva occuparsi solo del pretrattamento e dello stoccaggio provvisorio non essendo autorizzata a curarne lo smaltimento definitivo. Che fine hanno fatto quindi le scorie dell'«ex Sisas» spedite nel bresciano?
Una domanda che si è posta Greenpeace nella sua denuncia alla Commissione Europea sugli aspetti irrisolti del caso «ex Sisas» e che noi abbiamo girato al dipartimento Arpa di Brescia. La risposta è che «non risultano atti acquisiti o attività ispettive disposte» dall'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente sulla destinazione finale dei rifiuti provenienti da Pioltello Rodano.

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