martedì 28 gennaio 2014

Contro le disumane condizioni all'interno delle carceri

Spesso le parole si ripetono come fossero slogan e ci si dimentica che dietro a quelle parole ci sia in vero una realtà. Così: “di carcere si muore”, vecchio slogan, costante quanto atroce verità.
Nelle carceri Italiane questa non è una questione eccezionale, ma una realtà viva e quotidiana. Nelle carceri giacciono rinchiuse delle persone con le loro vite, persone che tra le mura e nelle celle sopravvivono e muoiono.
Il noto problema del sovraffollamento non è che uno dei tanti problemi strutturali e sociali che soffocano la vita carcerata, e il nuovo piano carceri non fa che accentuare la differenziazione tra chi ha diritto a certi privilegi e chi no, continuando la politica della differenziazione inaugurata molti anni or sono ormai.
Ben lungi dal voler migliorare le condizioni di vita dei detenuti, il nuovo piano carceri prevede una riorganizzazione strutturale e geografica delle carceri che trova la sua giustificazione nel tentativo di risolvere il problema del sovraffollamento della popolazione detenuta e nello spingere ancora più all’estremo la differenziazione dei detenuti.
Il nuovo piano, infatti, prevede nuove carceri e l’ampliamento o la ristrutturazione di intere sezioni delle vecchie strutture. Non si pensa di ridurre la popolazione carceraria, si punta piuttosto a trovare più spazio per contenerla, per di più nella prospettiva che possa aumentare ulteriormente.
La differenziazione (ovvero la distinzione dei detenuti in base alla loro presunta pericolosità sociale, e alla loro “recuperabilità”, all’utilità sociale e alla mansuetudine politica), invece, emerge dalla natura delle nuove sezioni o carceri.
Una differenziazione in stile quasi dantesco, a gironi infernali, e, più grossolanamente, a distinzione tra i “recuperabili” e gli “irrecuperabili”. Il sistema di ‘premi e punizioni’ interno alle carceri, che regna da anni, è stato istituito apposta per questo: per decidere chi è disposto ad adattare la propria dignità alle vessazioni che subisce all’interno di un carcere, e chi invece si ostina a voler tenere la testa alta e reagire ai soprusi.
Per dare un’idea di che cosa sta concretizzando il nuovo piano carceri dell’Italia, due esempi per tutti: il Polo Bolognese (che diventerà un polo detentivo a carattere universitario, quindi per i detenuti ‘recuperabili’) e il Polo Sardo (per i detenuti ‘irrecuperabili’).
In Sardegna infatti prende forma il cuore di questo progetto di “rinnovamento” delle strutture detentive: si ampliano vecchie prigioni, e se ne costruiscono di nuove. La costante è il filo conduttore della storia delle innumerevoli isole-prigione, topos che da sempre semplifica i tentativi di “eliminare i rei”. Un’isola-prigione è l’ideale per realizzare quel ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’ in cui si vorrebbero seppellire i rinchiusi, un ulteriore superamento della strategica posizione fuori dalla città (o almeno in periferia). Lontano dal cuore dei parenti dei prigionieri, che già vivono anche loro una pena che sembra fine a se stessa, considerando che per incontrare i loro congiunti devono ottenere un colloquio, spostarsi a loro spese, affrontare attese snervanti e perquisizioni invadenti, magari a volte per poter vedere e parlare con loro solo attraverso un vetro e un citofono.
Significativo l’esempio del nuovo carcere di Bancali (provincia di Sassari), dove non si è nemmeno pensato a provvedere di mezzi pubblici per i parenti in visita.
Così oggi in Sardegna vengono costruite carceri nel mezzo del suo deserto, con una particolare attenzione alle sezioni di Alta Sorveglianza (As2) e di 41bis.
Partendo dalle condizioni disastrose delle carceri italiane, e non solo da quelle rilevate dai media e dalle commissioni ufficialmente riconosciute, ma soprattutto da quelle raccontate e vissute con l’esperienza diretta di chi in carcere ci (soprav)vive, bisogna denunciare e lottare in particolare, ma non solo, contro:

- le infime condizioni delle carceri (il sovraffollamento, le terribili condizioni igieniche e sanitarie e climatiche, le strutture fatiscenti, la mancanza di generi di prima necessità);
- le speculazioni economiche e politiche che infestano il carcere, permettendone e alimentandone l’esistenza;
- lo sfruttamento del lavoro dei detenuti “lavoranti”;
- i trattamenti inumani e gli abusi di ogni sorta che subiscono i detenuti;
- tutte quelle forme di ‘tortura legalizzata’ a cui sono sottoposti gli internati nei regimi di 41bis, 14bis e Alta Sorveglianza (AS), quotidianamente uccisi, fisicamente e psicologicamente.

I detenuti chiedono esplicitamente solidarietà e appoggio dall’esterno. Ci chiedono di essere un loro microfono, impedendo in qualche modo all’indifferenza di assordarci, e all’isolamento di pietrificare definitivamente ogni forma di solidarietà e comunicazione diretta tra persone, ci dicono proprio che “Il primo passo per spezzare queste catene è rompere il muro dell’indifferenza. La solidarietà è un’arma, usiamola”.

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