giovedì 9 gennaio 2014

La Regione si inchina alle lobbies delle armi

Regione Lombardia e l’export di armi: un’occasione persa per fare chiarezza
 
(09/01/2014 - Giorgio Beretta - dal blog "Si vis pacem...")

Avrebbe potuto essere l’occasione per un serio dibattito sugli strumenti di tracciabilità (reporting) e di controllo delle esportazioni delle cosiddette “armi comuni”. Invece si è trasformato in una diatriba, in gran parte ideologica, per strizzare l’occhio ai rispettivi bacini elettorali. E per avere un po’ di visibilità sui media in cerca di notizie d’impatto che non necessitano di troppi approfondimenti.
Martedì scorso il Consiglio regionale della Lombardia ha discusso e approvato con 45 voti a favore (tutto il centrodestra, più Corrado Tomasi, consigliere PD) e 27 contrari (tutta l’opposizione). una mozione proposta dal consigliere Fabio Rolfi (Lega Nord) che chiede alla Giunta regionale di “sollecitare il governo nazionale a modificare la normativa di recepimento del regolamento europeo sulle esportazioni di armi al fine di ridurre, senza venir meno alle necessità di controllo, il gravame burocratico sulle aziende armiere lombarde che sta ostacolando l’attività di export con gravi danni economico-finanziari che rischiano di compromettere la produzione e il bacino occupazionale”.
Il regolamento dell’UE n.258 del 2012 che attua il protocollo delle Nazioni Unite contro il traffico illeciti di armi, ha disposto una serie di precise autorizzazioni all’esportazione. La normativa prevede che il rilascio dei nullaosta venga regolamentato da un ufficio presso il Ministero dell’Interno. Ufficio che avrebbe dovuto essere operativo dal settembre scorso ma che – stando alle lamentele delle industrie del settore armiero bresciano – sarebbe stato istituito solo sulla carta e che non sarebbe ancora operativo.
Una normativa, dunque, che vale per ogni paese dell’UE e che l’Italia ha recepito ma, parrebbe, senza dotarsi in tempo dei necessari strumenti. Non è quindi un problema di “burocrazia”, bensì della mancata messa in opera degli apparati burocratici e di coordinamento tra gli uffici competenti. E’ comprensibile che i ritardi possano causare problemi e conseguenti lamentele da parte delle aziende del settore; ma non sarà certo una mozione del Consiglio Regionale a accelerare l'operatività degli uffici o a far sveltire le pratiche.
Ma attenzione. Il regolamento europeo (si veda l’articolo 3 del testo) non riguarda le esportazioni di armi e munizioni ad uso militare, né quelle destinate alle forze armate, alla polizia o alle autorità pubbliche degli Stati membri né le armi da collezionismo. Riguarda invece un insieme quanto mai ampio e dai confini incerti come le cosiddette “armi comuni”, ad uso sportivo (tra cui i fucili di precisione), per la caccia e per la difesa personale e quelle destinate a corpi di sicurezza privata. Che comprendono, tra l’altro armi semiautomatiche o a ripetizione, armi lunghe semiautomatiche con serbatoio e camera idonei a contenere più di tre cartucce, armi da fuoco lunghe a ripetizione e semiautomatiche a canna liscia (la cui canna non supera 60 cm.) ecc.
Un ampio arsenale. Il cui confine è ambiguo anche perché spesso le componenti di queste armi (dalle canne al tamburo ecc.) differiscono di poco da quelle militari o destinate alle polizie. “Armi comuni” che fino allo scorso anno l’Italia ha esportato con estrema facilità perché non erano vincolate dalla legge 185 del 1990. Armi, tanto per capirci, come le pistole semiautomatiche modello Beretta PX4 Storm o le carabine semiautomatiche modello Beretta CX4 Storm o i fucili Benelli modo M4 cal.12 sempre della Beretta che nel 2009 l’azienda bresciana ha esportato, con regolare licenza, alla Direzione della Pubblica Sicurezza del colonnello Gheddafi: licenza che è stata rilasciata sulla base della legge 110 del 1975 in quanto armi non destinate “al moderno armamento delle truppe nazionali o estere per l’impiego bellico”. Ma armi altrettanto letali e destinate agli apparati di sicurezza di un dittatore come Gheddafi.
Armi di cui nessuno avrebbe saputo niente se non ci fosse stato un errore di trascrizione (e come tale riportato nella Relazione annuale dell’UE) da parte delle autorità di Malta dove sono transitate che ha insospettivo le associazioni attente al controllo delle esportazioni militari come la Rete Disarmo. E qui si annida il vero problema: quali strumenti di documentazione, pubblici e completi, abbiamo per conoscere le effettive esportazioni di queste “armi comuni”? Si tratta, come sottolineano gli stessi produttori, di un settore con un fatturato rilevante (oltre 250 milioni di euro) e l'Italia è uno dei primi cinque esportatori mondiali di queste armi: non andrebbero sottovalutati i problemi che riguardano la possibilità che queste armi siano sviate a destinatari non certi, impiegate in scenari diversi da quelli previsti o che finiscano nel traffico illecito di armi.
Il problema reale è che le informazioni fornite dal governo italiano sulle esportazioni delle ben più letali armi ad uso militare nelle relazioni nazionali ed in quelle europee sono alquanto farraginose, incomplete e spesso errate: e per le armi comuni la reportistica è ancora più carente. Ci sono solo i dati del commercio estero forniti dall’Istat attraverso i quali si possono avere alcune informazioni, ma è impossibile conoscere quale sistema d’arma sia stato spedito verso quale paese: e, soprattutto, non si può sapere chi sia l’effettivo destinatario (rivenditori privati, aziende, corpi di sicurezza ecc.) delle armi.
Giusto per fare due esempi. L’Osservatorio OPAL di Brescia ha documentato, proprio sulla base dei dati forniti dall’ISTAT, il forte incremento di esportazioni di armi e munizioni nel 2012 dalla Provincia di Brescia verso le zone di maggior tensione del mondo, tra cui il Medio Oriente. Esportazioni che sono continuate anche nel 2013.
Nel luglio del 2013 – lo certificano i dati ISTAT – cioè nel bel mezzo del colpo di stato che ha deposto il presidente Morsi e delle conseguenti rivolte popolari sono state spedite in Egitto dalla provincia di Brescia più di 3,9 milioni di euro di armi e munizioni. Che armi sono? Fabbricate e spedite da quale ditta? E soprattutto a chi sono state destinate? Alle Forze Armate, alla polizia o a sedicenti sportivi appassionati di tiro al piattello? Chi ha rilasciato le autorizzazioni? E perché non sono state revocate in considerazione della situazione di forte instabilità interna? C’è qualcuno, a cominciare dal Questore di Brescia e dai Ministeri dell’Interno e degli Esteri o dell’Autorità nazionale per le Autorizzazioni di Materiali di Armamento (UAMA) che può rispondere?
E che dire dei quasi 2 milioni di euro di armi spedite nel 2013 sempre dalla provincia di Brescia in Libano, un paese tuttora sottoposto a misure di embargo di armi da parte dell’ONU e dove tra l’altro è presente un contingente militare italiano nell’ambito della missione Unifil? Sono armi destinate alle Forze armate, alla polizia o alle forze di sicurezza? O sono per la “difesa personale” o per il “tiro sportivo”? Chi risponde?
E’ tempo che le rappresentanze parlamentari, a cominciare dai Parlamentari per la pace, sollevino questi interrogativi e si impegnino ad esaminare presto almeno l'ultima Relazione sulle esportazioni di sistemi militari. E che le associazioni seriamente impegnate nel controllo del commercio di armi riprendano ad incalzare il governo e i ministeri competenti su questa materia. Altrimenti  sarà davvero un’occasione persa. Per tutti.

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