domenica 9 marzo 2014
La mafia a Brescia
Brescia nel mirino delle nuove mafie
Parlano cinese,
russo, armeno. Ma anche pachistano. O più semplicemente calabrese e campano.
Vecchie e «nuove mafie» che trovano terreno fertile
anche nel Bresciano e che il vice procuratore nazionale antimafia, Luigi
Dell’Osso — neonominato a capo della procura generale bresciana — analizza
nella sua relazione annuale. Partendo dalla scoperta di «nuove aree di
incidenza del crimine organizzato» o dall’«evoluzione» di alcuni gruppi verso
modelli più sofisticati, «maggiormente in grado di mimetizzarsi con l’economia
legale e avvicinarsi ai pubblici poteri.
Nelle «multiformi
manifestazioni» del crimine organizzato a Brescia» il procuratore cita
indagini che hanno evidenziato la presenza di ‘ndrangheta e camorra sul basso
Garda: ora alleate, ora indipendenti. Ma comunque tali da «insinuarsi» nel
territorio al punto di condizionarne il tessuto finanziario e sociale. Del resto
è lo stesso Dell’Osso a ricordare come «i gruppi ‘ndranghetisti abbiano
mostrato, nel distretto bresciano, notevoli profili di autonomia rispetto ai
luoghi d’origine», per adeguarsi al contesto del territorio d’azione. E
interrelazione: con la malavita straniera, così come «con le altre consorterie
criminali presenti in Emilia Romagna e in Veneto».
Qualche nome. Tra
gli aspetti più interessanti della galassia camorrista, l’esempio del clan
Fabbrocino di San Giuseppe Vesuviano. «Il nuovo reggente del sodalizio, Biagio
Bifulco, era stato sottoposto per due anni alla libertà vigilata a Brescia,
dove era stato fittiziamente assunto in una società di abbigliamento locale,
poi risultata essere riconducibile allo stesso». Che aveva «esteso i suoi
traffici criminali» al nord, avviando decine di aziende e movimentando
imponenti flussi finanziari, anche mediante la creazione di filiere produttive
e commerciali nelle quali troviamo le fabbriche tessili dell’area vesuviana e
gli eleganti negozi di Bergamo e Brescia, comunque riconducibili all’influenza
del clan.
E ancora: la
provincia da anni deve fare i conti con le infiltrazioni «della famiglia
Laezza, contigua al clan Moccia di Afragola», proprietaria di locali notturni e
strutture alberghiere a Desenzano e Lonato, e «impegnata nell’illecita
acquisizione di attività commerciali», si legge nella relazione. Poi ci sono i
Piromalli e Molè, di Gioia Tauro.
Nel paniere
malavitoso continua a figurare la droga: «Ramificati, ingenti e crescenti
traffici internazionali». Come quelli al centro di una «vastissima attività
investigativa con plurime articolazioni» condotta dal Ros di Brescia, insieme
ai carabinieri di Clusone e alla squadra mobile (che ha visto rogatorie in
Colombia, Brasile, Usa e Svizzera), scaturita anche da un duplice omicidio
commesso a Castelli Calepio e Chiuduno, nel 2007, quando persero la vita Luca
Signorelli e, cinque mesi dopo, il testimone Giuseppe Realini. Pare che il
primo volesse sfilarsi da un cartello colombiano, ma il suo debito valeva oltre
700 mila euro. La mastodontica informativa sta per essere depositata e
coinvolge oltre cento persone, aprendo squarci inediti sul narcotraffico
organizzato tra Brescia e Bergamo, anche grazie alla collaborazione del pentito
Andrea Locatelli.
Dalle indagini sui
due delitti sono nate altrettante inchieste. Quella ribattezzata «Chamaleon»,
condotta dai militari di Breno e Clusone, ha smascherato il traffico di cocaina
tra Valcamonica e Sebino per circa una tonnellata di droga in quattro anni. A giudizio
per associazione a delinquere nei giorni scorsi è finito Massimo Blam, di casa
a Darfo Boario Terme. E poi c’è l’operazione «Valchiria», che raggruppa «la
ponderosa informativa finale».
In sostanza, per
la direzione nazionale, quello bresciano risulta «un quadro che tende a un
crescente dinamismo criminale, finalizzato al consolidamento delle attività
delinquenziali di maggiore profitto, e non soltanto in riferimento alle nuove
mafie, straniere e non». I profili d’allarme, però, spesso sono difficili da
decifrare.
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