mercoledì 7 febbraio 2018
Maledetti siano i "costruttori di morte"
vedi il video su: https://youtu.be/kK4MLgrk2IM
La rivelazione: 20 testate nucleari a Ghedi, 23 milioni per
la sorveglianza
Venti B-61 negli 11 hangar della base militare. L’Italia,
con un accordo di condivisione nucleare stipulato negli anni ‘50, ospita venti
bombe a Ghedi e trenta ad Aviano
Venti testate nucleari B-61 nella base militare di Ghedi.
Nessuno ha mai confermato la presenza delle bombe negli undici hangar nucleari
della base compreso l’attuale primo cittadino di Ghedi (provincia di Brescia)
Lorenzo Borzi che ha dichiarato come «al sindaco non è dato avere questo tipo
di informazioni». Altrettanto vero è che, per ora, nessuno ha ancora smentito
numeri e dichiarazioni di Enrico Piovesana e Francesco Vignarca fondatori di
Mil€x che all’inizio di questo mese hanno presentato il secondo rapporto sulle
spese militari (25 miliardi; 1,4% del Pil; +4% sul 2017) inserite nel bilancio
del governo italiano. E proprio ai costi della «servitù nucleare» legata alle
spese di stoccaggio e sorveglianza delle testate atomiche tattiche americane
B-61 nelle basi italiane, è dedicato un approfondimento.
Si parte con le spese 2018 per l’adesione dell’Italia alla
Nato (192 milioni) mentre i contributi alla presenza delle basi Usa, sono 520
milioni. Ma il report entra ancora di più nel dettaglio precisando che «i costi
relativi alla presenza di testate nucleari americane sono di almeno 20 milioni
annui con stime che salgono a 100 milioni». Il tutto da quando, negli anni ‘50,
tra i due Paesi si è stipulato l’accordo di «nuclear sharing» (condivisione
nucleare) per cui «ospitiamo» una cinquantina di bombe atomiche nel nostro
Paese. Una trentina ad Aviano e venti a Ghedi custodite dal 207° squadrone
supporto munizioni dell’United States Air Force. Sempre l’accordo prevede che,
«in caso di conflitto nucleare - stando a quanto scritto nero su bianco nel
rapporto -, le bombe custodite nella base bresciana vengano impiegate dai
cacciabombardieri Tornado IDS del 154° gruppo di volo “Diavoli Rossi” del 6o°
stormo dell’Aeronautica militare italiana, configurati per l’attacco nucleare».
Di fatto si deve comunque prevedere un aggiornamento dei sistemi di protezione
e stoccaggio degli ordigni a carico dello Stato. Per l’Italia queste spese sono
comprese nel programma di rinnovamento delle apparecchiature di sorveglianza
esterna e dei caveau delle venti B-61 e ammontano a 23 milioni di euro (4,8
milioni nel 2018). Ci sono poi le spese di manutenzione e aggiornamento degli
aerei dedicati al «nuclear strike» affinché mantengano la certificazione
americana di «dual-capable aircraft», vale a dire la capacità di condurre
attacchi sia convenzionali che nucleari. Spesa a bilancio per il 2018: 16,5
milioni. Ed infine i costi per l’addestramento dei «Diavoli Rossi» al poligono
nucleare di Capo Frasca in Sardegna. Impossibile quantificarli dai dati del
bilancio statale ma in generale l’addestramento di un pilota militare ha un
costo che si aggira intorno al milione di euro. Alla presentazione del rapporto
di Mil€x anche il premio nobel per la pace 2017, Daniel Högsta, che il 2
febbraio ha preso parte ad un incontro in Loggia: «Questi dati dimostrano come
la presenza di armi nucleari abbia impatto negativo per i paesi che le ospitano
non solo dal punto di vista politico, ma anche della spesa pubblica».
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