giovedì 22 marzo 2018
In Italia la solidarietà è diventata un reato
Migranti. Caso ProActiva Open Arms, i giuristi: "Accuse
gravi e infondate"
Le associazioni alzano la voce dopo il sequestro, domenica
sera, della nave spagnola. Arci: “Ennesimo tentativo di introdurre il delitto
di solidarietà”. Asgi: “Affidare migranti ai libici equivale a un
respingimento”. Adif: "Navi umanitarie sempre più isolate"
ROMA - Il reato ipotizzato è di associazione a delinquere
finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Un’accusa
formalizzata ieri sera, quando la nave
dell’ong “Proactiva Open Arms”, ormeggiata nel porto di Pozzallo è stata posta
sotto sequestro, dopo aver portato in salvo in Italia 218 persone.
Il caso relativo all’ong spagnola era scoppiato già venerdì
per un soccorso conteso in acque internazionali tra la nave Open Arms e la
guardia costiera libica. Secondo l’ong la motovedetta libica avrebbe minacciato
di aprire il fuoco sui membri dell’equipaggio, rei di non voler consegnare a
loro le donne e i bambini, soccorsi da un gommone. “Non avremmo mai permesso a
nessuno di restituirli all'inferno”, ha detto il team leader della ong, Oscar
Camps, una volta arrivato a destinazione. Ma questo non è bastato, il
procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro ha mosso per l’ong spagnola un’accusa
pesantissima. “E’ ancora solo un'ipotesi di reato, ma siamo accusati di
associazione criminale e di promuovere l'immigrazione illegale per aver
disobbedito ai libici, non dando loro donne e bambini - ha sottolineato Camps
-. Proteggere la vita umana in mare dovrebbe essere la priorità assoluta di
qualsiasi corpo civile o militare, perché lo stabilisce il diritto del mare.
Non si può impedire il salvataggio di vite in alto mare per restituirle ad un
paese non sicuro, come è la Libia, contravvenendo allo statuto dei rifugiati
dell'Onu. I loro diritti sono anche i nostri – aggiunge - La nostra massima
priorità è e sarà sempre la tutela e la difesa dei diritti umani in mare”.
E’ la prima volta che un’accusa così grave viene mossa nel
campo del soccorso in mare. Per Salvatore Fachile, avvocato dell’associazione
studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), “il fatto che la nave non abbia
voluto consegnare le persone ai libici e che, dopo il soccorso, abbia deciso di
sbarcare in Italia piuttosto che a Malta, non può giustificare in ogni caso
l’accusa di associazione a delinquere per immigrazione clandestina. A parere di
tutti i giuristi è una bestemmia. Non c’è nessun collegamento rispetto
alla fattispecie penale. …”. Secondo
l’avvocato Asgi, è più realistico pensare che “si stia alzando il tiro, forse
nella speranza di un rinnovato clima incriminatorio verso le ong”. Il problema
– aggiunge - è che “si muovono accuse ma poi i processi non si fanno. Nessun pm
metterebbe mano a un processo di questo tipo perché sa che sarebbe una
sconfitta pubblica. Quindi cosa si fa? Si aziona in via unilaterale l’azione
penale, la risonanza pubblica ha un effetto incriminatorio forte, ma poi non si
affronta la questione giuridica e giurisdizionale davanti a un tribunale,
perché ovviamente se ne esce sconfitti, dal momento che l’accusa è infondata”.
Prima di Proactiva Open Arms mesi fa è stata posta sotto sequestro la nave
dell'ong tedesca Juggend Rettet: “si urlava all'urgenza assoluta di un
processo, tale da portare i pubblici ministeri a parlare in pubblico, ma non mi
sembra che sia stato chiesto il rinvio a giudizio: azione che consente di dire
che le indagini sono state chiuse e ci sono sufficienti prove per la condanna”.
L’effetto immediato – denuncia l’avvocato Asgi – è che “l’Europa nei fatti si
sta ritirando dal salvataggio in mare, delegandolo alle guardie di una brigata
criminale come quella libica. Questo ci reca fortissima preoccupazione anche
perché non sappiamo quale sarà il nuovo assetto di governo e che cosa succederà
in Libia, ma non è detto che non riprendano massicciamente i viaggi, che
saranno dunque sempre più pericolosi dal momento che ci sono meno soggetti a
operare il salvataggio”.
In una nota Asgi ribadisce di “attendere l’esito delle
indagini che si augura siano doverosamente rapide al fine di evitare
l’incessante alimentarsi della macchina del fango sui soccorsi”. Intanto, in
attesa di conoscere nel dettaglio tutti gli elementi che hanno portato al
sequestro della nave Open Arms, sul piano giuridico evidenzia che tanto le norme in materia di soccorso alle
persone in mare quanto quelle relative al contrasto alla tratta di esseri umani
impongono agli Stati il rispetto degli obblighi derivanti dal diritto
internazionale in materia di rifugiati, tra i quali il “principio di non
respingimento”. Il salvataggio con rinvio in Libia dei migranti che, da detto
Paese, stanno fuggendo viola le convenzioni internazionali sul soccorso in mare
perché nessun porto libico può attualmente essere considerato “luogo sicuro” ai
sensi della Convenzione per la ricerca e il soccorso in mare del 1979 (SAR).
“Nessuna delle condizioni richieste dal diritto internazionale marittimo e dal
diritto internazionale in materia di asilo può essere soddisfatta in Libia sia
in ragione dello stato di guerra civile in cui versa il Paese, sia in ragione
della radicale mancanza di qualsiasi possibilità di garantire il rispetto dei
diritti umani fondamentali ai cittadini dei Paesi terzi che si trovano in Libia
e a coloro che vi vorrebbero chiedere protezione internazionale – spiega Asgi -
Nessun rifugiato può ottenere protezione in Libia non sussistendo alcuna norma
di diritto interno che lo preveda e tutti i rifugiati, comunque presenti sul
territorio libico, sono oggetto di detenzione arbitraria nelle carceri, in
condizioni disumane e in generale sono oggetto di violenze sistematiche”. Per
l’associazione di giuristi, inoltre, anche in ragione della mancanza di
adeguati requisiti per essere riconosciuta dall’International Maritime
Organisation (Imo) si deve ritenere che un’area Sar libica non esista e che,
dunque, non sussistendo la responsabilità di alcuno Stato sull’area del mar
libico a sud di quella maltese e confinante con le acque territoriali della
Libia, “la prima centrale Mrcc contattata ha la responsabilità giuridica di
attivarsi per salvare le barche dei migranti e dei rifugiati in pericolo e per
condurli in un porto sicuro”.
Per Fulvio Vassallo Paleologo, esperto di diritto
internazionale, la vicenda ha riconfermato l’isolamento delle navi umanitarie
“che ancora si ostinano a soccorrere vite umane in acque internazionali sulla
rotta del Mediterraneo”. “Ancora una volta durante una operazione di soccorso
in acque internazionali, ben lontano dalle acque territoriali, una motovedetta
libica ha cercato di sequestrare persone che erano state già soccorse da un
gommone di servizio alla nave umanitaria della Ong spagnola Open Arms, intimando
la “restituzione” di donne e minori per ricondurli in un centro di detenzione a
Tripoli – scrive sul sito Adif-Associazione diritti e frontiere -. Già lo
scorso anno, pochi giorni dopo l’entrata in vigore del “Codice di condotta”
imposto da Minniti, ad agosto, i libici avevano aperto il fuoco su un mezzo di
soccorso di Open Arms. Adesso arriva anche una ricostruzione dei fatti,
proveniente dalla sedicente Guardia costiera libica, e diffusa dal Giornale,
che oltre a gettare il consueto fango sulle Ong, sollecitando forse qualche
procura ad aprire ulteriori indagini, conferma ancora una volta, dopo diversi
episodi precedenti, il grado di coordinamento e la corresponsabilità della
Marina militare italiana con i libici, in realtà soltanto con quelle milizie a
terra ed a mare che rispondono al governo Serraj”. Per Vassallo, di fatto, “gli
italiani avvistano e, piuttosto di intervenire con le doverose attività di
soccorso, chiamano i libici per operare quelli che sono veri e propri sequestri
di persona in acque internazionali. Poi non interessa a nessuno la sorte delle
persone riportate a terra nei centri di detenzione, anzi qualcuno tenta anche
di accreditare la voce che sarebbero le Ong, quelle che lo scorso anno si
definivano “taxi del mare” e non la Guardia costiera libica, supportata dalla
marina italiana (mai così in minuscolo), a mettere in pericolo la vita delle
persone. Le prove fornite dai libici ed addotte dal Giornale contro le Ong sono
un boomerang contro la marina italiana”.
Anche l’Arci parla di “situazione paradossale e di cinismo
dilagante, che trova orecchie sensibili in quei magistrati pronti ad azioni di
pura propaganda”. “Si vuole mettere sotto accusa ProActiva Open Arms per una
decisione in linea con il diritto internazionale e il diritto alla vita,
sapendo bene qual è la sorte riservata a chi viene rispedito nell’inferno di
Tripoli - scrive Arci - Una situazione dalla quale si evince che quella procura
considera legittima la violenza libica e illegittimo il salvataggio effettuato
dalle ong che operano in mare. Ci troviamo di fronte all’ennesimo tentativo di
introdurre il ‘delitto di solidarietà’ che risponde alla logica italiana ed
europea di esternalizzazione del controllo delle frontiere e delle operazioni
in mare ai vicini libici. Dopo aver usato i soldi dei contribuenti italiani ed
europei per formarli e equipaggiarli, si cerca di liberare il campo da chi
salva vite umane per lasciare in mano i migranti a chi li respinge per delega
ricevuta dall’Italia e dall'UE, anche se in flagrante violazione della
Convenzione di Ginevra”. Per Arci chiunque cerchi di “bloccare questa deriva
delle politiche nostrane cercando di salvare vite umane viene ostacolato
attraverso una sistematica criminalizzazione, come emerge chiaramente anche
dalla strategia di Minniti nella trattativa per la firma del Codice di
Condotta”.
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