venerdì 15 novembre 2013
LA COSTITUZIONE RIENTRA IN IVECO
I delegati Fiom della Iveco di Brescia, riportano la Costituzione e la Fiom in fabbrica
Tutto questo perchè è giusto così, niente di più.
in occasione di questo memorabile evento riproduciamo qui di seguito il testo della lettera di un operaio attivo nello stabilimento bresciano della "Iveco", da noi già proposto nel blog fra gli articoli 'di spalla':
L’esperienza diretta e le
parole amare e vere di un operaio della Iveco di Brescia, valgono più
di mille assemblee, riunioni e seminari sul tema del lavoro.
Volentieri le mettiamo a disposizione dei lettori del nostro blog.
Iveco, o
meglio OM. Fabbrica storica che ha dato lavoro ad alcune generazioni e
reddito a migliaia di famiglie. Per me, nato a pochi
passi, presenza costante e quotidiana, con quei suoi muri alti, resi
ancora più alti dal filo spinato, da cui proveniva uno strano rumore.
Tutto ciò nella mia mente di bambino mi incuteva timore,
paura. Tante volte mi sono chiesto se quel muro servisse a non fare
entrare le persone oppure a non farle uscire. Non capivo come mai mio
padre ne parlasse spesso, speranzoso di poterci entrare; sentirlo ripetere
che chi entrava era un lavoratore privilegiato, con un buon salario, un
posto sicuro.
Eravamo a cavallo degli anni 60-70, lui, iscritto al PCI, non ha mai potuto realizzare il suo sogno.
Poi,
negli anni '90, ho la fortuna di essere assunto io all’Iveco, dopo un
lungo periodo di lavoro insicuro. Per me, non più giovanissimo e memore della
storia di mio padre, è stato come vincere alla lotteria. L’OM
finalmente, il posto fisso, sicuro. Entro: catena di montaggio, lavoro
pesante, ma non importa. La tessera della FIOM in tasca, i compagni che mi insegnano i piccoli trucchi quotidiani della fabbrica, 5000 lavoratori.
Mi
sentivo tutelato, insomma ero a posto. Poi le lotte per i contratti. Fine
anni 90, una grande conquista: entrano le donne. Evento storico, merito
della contrattazione sindacale. Ci chiedono alcuni Sabati obbligatori, ma non
importa, consapevoli di una grande vittoria sociale.
Poi
le decisioni sbagliate della Fiat di terziarizzare alcuni reparti,
peraltro sempre contestate dal sindacato, portano al fallimento totale
del progetto e ad un ridimensionamento della fabbrica. Poco dopo
l’azienda ricorre al lavoro interinale. Storia tristissima: lavorare a
fianco di persone che sai che tra un mese o due o forse un anno
perderanno il loro posto di lavoro. Grazie alla mediazione del sindacato
alcuni di loro vengono assunti a tempo indeterminato.
Poi, verso la fine del 2008, da un giorno all’altro arriva la crisi. Non c'è lavoro ed i
primi a pagarne le conseguenze sono proprio quei 300 lavoratori con
contratto interinale presenti in fabbrica, ai quali l’azienda non rinnova
il contratto; parecchi di questi lavoratori non hanno avuto nessun
sostegno al reddito.
Si
parla tanto di articolo 18, mentre si dovrebbe parlare di una riforma del
welfare che tuteli i lavoratori precari che perdono il lavoro e di un
reddito minimo per chi un lavoro non lo trova.
Nel
2009, nonostante la cassa integrazione, l’azienda annuncia un
investimento da 20 milioni di euro, nuova verniciatura e linea unica di
montaggio, chiedendo di firmare un accordo, anticipando in una certa
misura quello che poi chiederà a Pomigliano e trovando nei lavoratori e
nella FIOM una forte resistenza. Dopo una lunga trattativa si arriva
alla firma di un accordo che prevede sia gli investimenti che la tutela
dei diritti dei lavoratori.
Poi
la vicenda Mac, azienda a suo tempo terziarizzata. La direzione
comunica la chiusura e lo spostamento della produzione: dopo 72 giorni
di presidio, grazie alla lotta dei lavoratori dell’Iveco e alla tenacia
di tutta la FIOM vengono salvaguardati tutti i 190 lavoratori.
Ma
intanto il lavoro non riprende, si continua a perdere una parte del
salario, peraltro già scarso, e grazie alla costanza della FIOM e dei
suoi delegati a metà 2011 viene siglato l’accordo sul contratto di
solidarietà (unica fabbrica nel panorama Fiat).
E’
di oggi la notizia dell’uscita di Fiat da Confindustria e la disdetta
di tutti gli accordi, a partire dal '69, compresi quelli aziendali, estendendo a tutte le aziende Fiat e Fiat industrial il modello
Pomigliano che tutti voi conoscete bene, anche se noi lavoratori eravamo
consapevoli che questo sarebbe successo. E tutto questo grazie alle
norme volute da Fiat, adottate dal governo Berlusconi con l’art. 8 e che
Sacconi ha concesso, dando così mano libera ai padroni nei luoghi di
lavoro.
Quando Berlusconi ha dato le dimissioni, nessuno tra i lavoratori ha
dato segni di gioia, certo consapevoli di esserci liberati di un
carrozzone di buffoni ed incapaci ma badate che i lavoratori sono
altrettanto consapevoli che nessuna forza politica ha il merito di
averli cacciati, ma bensì il sistema capitalistico e le banche, quelli
che l’avevano appoggiato fino al giorno prima, gli stessi che appoggiano
il nuovo governo tecnico e noi, sospettosi, non sappiamo dove andrà a
mettere le mani. Ci parlano di spread, ma il nostro spread è la terza
settimana, anzi non più, ancora meno. Eravamo un territorio industriale
con centinaia di aziende e migliaia di lavoratori, territorio dove
adesso centinaia di lavoratori sono diventati il popolo dei bonus.
Ce n'è per tutti i gusti: ne potrei fare un lungo elenco ma finirei per
annoiarvi o forse meglio indignarvi. Non occorre essere dei tecnici
blasonati per sapere cosa serve al nostro paese per uscire da questa
maledetta crisi: subito ripristinare la legalità nel mondo del lavoro,
una legge che permetta ai cittadini di eleggere fuori e dentro le
fabbriche i propri rappesentanti, taglio alle spese militari, lotta
vera e dura all’evasione fiscale, patrimoniale secca! Punto.
E’
per questo che ci rivolgiamo a chi si candida al governo del nostro
paese, perchè vogliamo inizi una nuova stagione nel fare politica.
Perchè vogliamo avere certezze sul futuro per noi e per le generazioni
future.
Perchè
non vogliamo essere ricordati solo quando la politica ha bisogno di
noi. Perchè non vogliamo essere ricordati solo con qualche bandiera
alle nostre manifestazioni o tirati per la giacchetta per esprimere il
nostro appoggio a questa o quella forza politica. Perchè vogliamo
essere ricordati per quelli che lottano per i propri diritti e ideali,
perchè ci crediamo e quotidianamente ci mettiamo la faccia, perchè
sappiamo soffrire e, perchè no, anche un po' sognare e nello stesso
tempo vogliamo ricordare alla società che la solidità del sistema
democratico comincia da coloro che lavorano e la sostengono e non solo
da chi ha la possibilità di esporsi pubblicamente.
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