venerdì 21 febbraio 2014
La crisi della democrazia nel più grande sindacato dei lavoratori: due riflessioni.
I segretari generali delle Camere del lavoro di Brescia e
Reggio Emilia scrivono a Susanna Camusso
Brescia 19 febbraio 2014
A Susanna Camusso,
ci rivolgiamo a te in quanto Segretari generali di due
territori, quello di Brescia e di Reggio Emilia, caratterizzati da una presenza
del settore manifatturiero e industriale, importante sia sotto il profilo
produttivo che occupazionale.
Questa premessa per evidenziarti l'importanza che riveste
per i nostri territori l'accordo sulla rappresentanza del 10 gennaio scorso (il
cosiddetto Testo Unico) e la sua applicazione nei luoghi di lavoro.
Quell'accordo, accanto ad avanzamenti sulla rappresentanza
sindacale, riteniamo contenga anche diversi aspetti critici che, in almeno due
punti, evidenziano pericoli per la stessa libertà sindacale (quali ad esempio i
criteri di accesso ai negoziati e il sistema sanzionatorio). Abbiamo la netta
percezione che l'obiettivo dichiarato delle parti stipulanti di superare gli
accordi separati, da noi sinceramente condiviso, si concentri però più sulla
rinuncia dei lavoratori ad un autonomo esercizio della contrattazione e del
sostegno alla stessa attraverso le lotte ed il conflitto sindacale (quando
serve...) piuttosto che sul democratico coinvolgimento degli stessi.
Ciò di cui siamo convinti è che non siano utili, né alla
CGIL né ai lavoratori che rappresentiamo, scorciatoie decisionali che saltino a
piè pari la fase dell'approfondimento dei contenuti dell'accordo. Ad aiutarci
in tale senso vi sono oggi peraltro, a riguardo, anche contributi di analisi di
diversi giuslavoristi da sempre legati e attenti alle vicende sindacali. Ciò
che non si è fatto prima della firma dell'accordo, provocando una evidente
sofferenza democratica dentro l'organizzazione, andrebbe fatto ora.
Ecco perché, dopo la tua lettera alla Fiom del 6 febbraio
scorso, nella quale si chiedeva di ricondurre la discussione nei luoghi
deputati, abbiamo sperato in un concreto avvio di confronto dialettico dentro
la CGIL. Verifichiamo che ad oggi questo recupero di confronto interno, in
specifico con la Fiom, non è nei fatti programmato e che il 26 febbraio il
Comitato Direttivo della CGIL nazionale definirà (relativamente al testo unico
del 10 gennaio 2014) “lo svolgimento delle assemblee unitarie e proposta della
Segreteria sul voto degli iscritti”.
Siamo preoccupati, perché a seconda di come il Comitato
Direttivo Cgil discuterà e delibererà su questo argomento - che chiama in causa
in modo profondo anche l'idea stessa di confederalità - tante saranno le
conseguenze per la nostra organizzazione e, non ultimo, anche i pericoli di
lacerazione interna.
Ecco perché chiediamo la tua attenzione su due esigenze che
sentiamo urgenti e che dovrebbero caratterizzare anche la discussione del 26
nel Comitato Direttivo:
1. dare corso al più presto ad un approfondito confronto sul
“testo unico” con la Fiom, non per un diritto di dissenso ma per la evidente
specificità della storia sindacale in quel settore (CCNL e FIAT e relativa
sentenza della Corte Costituzionale), al fine di costruire congiuntamente
eventuali soluzioni emendative;
2. qualora non fosse praticabile quanto sopra proposto (con
evidente rischio per la unità della CGIL) crediamo che sia necessario prevedere
una consultazione vera, con rigorose procedure (voto segreto e trasparenza
innanzitutto) sul testo del 10 gennaio 2014, che però coinvolga i lavoratori
delle imprese associate a Confindustria (perché solo a loro si applicherà
l'accordo) dando loro spazio e strumenti per approfondire, discutere e decidere
consapevolmente e quindi prevedendo dialettica tra opinioni opposte
sull'accordo.
Ti chiediamo di tenere conto di queste nostre riflessioni
che nascono anche dal rapporto con i tanti militanti e lavoratori che abbiamo
incrociato in queste settimane di fase congressuale e che ci chiedevano e ci
chiedono di capire e di essere partecipi di quanto sta accadendo in CGIL.
Un caro saluto,
Damiano Galletti (Segr. Gen. CGIL Brescia), Guido Mora (Segr. Gen. CGIL Reggio Emilia)
IL PERIMETRO AUTORITARIO CHE ATTRAVERSA ANCHE LA CGIL
di Giorgio Cremaschi
L'aggressione che abbiamo subito nell'assemblea CGIL di
Milano non è solo un episodio senza precedenti nella vita del più grande
sindacato italiano. È segno ed indice di
un degrado crescente della vita democratica di tutto il paese, degrado al quale
vengono sempre più spesso a mancare quegli anticorpi che sono sempre state le
grandi organizzazioni popolari.
Il perimetro di ciò che è ammesso e di ciò che non lo è si
stringe sempre di più sotto i giri di vite di una crisi economica che appare senza soluzioni positive.
Il mondo della grande informazione dà un rappresentazione
del nostro paese come percorso dalla licenza e dall'anarchia. Invece sta
avvenendo proprio il contrario e le descrizioni spettacolari della
ingovernabilità servono solo a costruire il consenso alle spinte autoritarie.
Ho sentito opinionisti della
sinistra affermare tranquillamente che bisogna sottrarre il governo ai
capricci del parlamento. Del resto la riforma elettorale perseguita da PD e
Forza Italia con la benedizione di Giorgio Napolitano ha come primo obiettivo
dichiarato la certezza del vincitore la sera stessa del voto. Cosa impossibile
in qualsiasi vera democrazia nella quale siano gli elettori a decidere
liberamente. Si vuole la governabilità a tutti i costi, anche a quello di
alterare profondamente il senso del voto dei cittadini assegnando la
maggioranza assoluta e totalizzante alla migliore minoranza.
Ci vuole finalmente un capo che decida e basta con il
conservatorismo costituzionale.
Già, si deve decidere, ma che cosa davvero? Il fatto
paradossale è che più si reclama potere assoluto a chi governa, meno i nostri
governanti hanno autonomia di decisione.
Tempo fa il presidente della Banca Europea Draghi affermò
che le crisi di governo italiane non erano preoccupanti perché sulle scelte di
fondo vige il pilota automatico. E infatti nonostante gli scontri nel teatrino
di palazzo la finanza fa i suoi percorsi indisturbata.
La lettera della BCE del 4 agosto 2011 è il programma del
governo reale, e quel programma viene puntualmente eseguito, chiunque faccia
finta di decidere.
A cosa serve allora tutto questo agitarsi per le riforme
politiche? Serve a costruire il perimetro del confronto ammesso nel quadro
delle politiche di austerità. Che al di là di retorica e chiacchiere devono
continuare e continueranno, se non vengono messi in discussione gli interessi
ed il sistema di potere che le impongono.
Chi governa deve amministrare la politica realisticamente
praticabile nel quadro obbligato del
fiscal compact e di tutte le politiche liberiste oramai entrate anche
formalmente nella Costituzione. È la democrazia delle oligarchie e
dell'establishment, che cerca di
costruire e consolidare la sua base di consenso. Una base sempre più ristretta,
come mostrano anche le elezioni sarde, e che per questo va conservata anche con
metodi autoritari.
Chi non accetta di stare nel perimetro e magari persino
cerca di infrangerlo, deve essere considerato e trattato come un nemico.
L'accordo CGIL CISL UIL Confindustria sulla rappresentanza
sindacale ha subito manifestato le sue potenzialità autoritarie.
Secondo costituzionalisti e giuslavoristi l'intesa è
incostituzionale. Lo è perché la suprema Corte nel luglio 2013 ha stabilito che
non si può sottomettere alla firma degli accordi il diritto dei lavoratori a
scegliere liberamente da chi essere
rappresentati. Al contrario l'intesa interconfederale impone
l'adesione ad essa, alle sue regole capestro tra cui le sanzioni ai delegati
disubbidienti, per esercitare il diritto
costituzionale alla rappresentanza
sindacale. Ebbene anche solo affermando questo giudizio si rischiano misure
disciplinari in CGIL: un componente della nostra minoranza nel direttivo nazionale ha messo per iscritto
questo giudizio ed è stato denunciato alla magistratura interna .
Siamo andati all'assemblea sull'accordo organizzata a Milano
il 14 febbraio come militanti della
CGIL, non come black block. E ci siamo
andati per distribuire un volantino
della minoranza congressuale, sì perché in CGIL è in corso il congresso e le
diverse posizioni dovrebbero essere statutariamente rispettate. Non c'è stata nessuna irruzione, non si fanno
irruzioni a casa propria, ma l'esercizio
di un diritto che è sacrosanto in ogni organizzazione democratica: il diritto
di esprimere nelle riunioni il proprio dissenso. Quando un delegato della
funzione pubblica ha chiesto di parlare è invece intervenuto il servizio
d'ordine e dopo una breve discussione, per altro ancora nei limiti di ciò che
accade in assemblee dove ci son posizioni diverse, siamo stati aggrediti e per
fortuna le telecamere hanno ripreso con quale brutalità.
Ammetto che mi ha molto colpito il contrasto tra il silenzio
e l'ipocrisia dei palazzi della politica e la grande solidarietà ricevuta dalle
persone normali. Cosa sarebbe successo, quali sarebbero stati i titoli dei
giornali se le parti fossero state invertite? Se chi è contro l'intesa
avesse aggredito chi lo sostiene?
Sarebbe scattato l'allarme terrorismo come minimo.
Evidentemente noi che contestiamo pacificamente e
statutariamente un accordo che consideriamo terribile, per il palazzo siamo già
fuori dal perimetro, e dunque per noi le regole del rispetto non valgono. Se poi consideriamo che non solo
nei confronti di noi che siamo
minoranza, ma che anche verso il segretario della FIOM son stati fatti
balenare provvedimenti disciplinari, si capisce la gravità di quanto sta
accadendo. La CGIL è attraversata e sconvolta dal perimetro autoritario che si
vuole imporre nel paese.
E questo avviene perché
è il sistema di consenso, alleanze e potere del PD che guida questo
processo.
Nella Germania dei primi anni trenta furono la
socialdemocrazia e il centro democratico a governare al crisi economica con
strumenti sempre più autoritari. I
dirigenti di quei partiti pensavano evidentemente che restando quegli
strumenti nelle loro mani, mai si
sarebbe varcato il limite della soppressione
delle libertà. Si sa come è andata.
Bisogna rompere il perimetro che sta deformando in regime la
nostra democrazia, perché se continuiamo così prima o poi l'uomo della provvidenza che fa arrivare i
treni in orario viene davvero.
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