lunedì 10 febbraio 2014
La democrazia è un'altra cosa
Il comune scopo di porcellumbis e marchionnum
di Giorgio Cremaschi
Il Corriere della Sera vanta che che la maggioranza degli
italiani appoggi la riforma elettorale Renzi Berlusconi. Se poi si vanno a
vedere i dati del sondaggio si scopre che quasi la metà non è d'accordo.
Considerata la grancassa mediatica a senso unico bisogna ammettere che il regime informativo
non funziona tanto bene.
E tuttavia proprio un regime si sta blindando con le nuove
regole che stanno ridefinendo la
rappresentanza politica e sociale.
Profonda sintonia non c'è soltanto tra Renzi e Berlusconi,
ma tra il progetto di riforma elettorale voluto dai due e l'accordo sulla
rappresentanza sindacale sottoscritto il 10 gennaio da CGIL CISL UIL e Confindustria. Uno occupa la scena, l'altro
sta sullo sfondo, ma sembrano scritti
dallo stesso autore.
Intanto in comune hanno l'aggiramento delle recenti sentenze
della Corte Costituzionale, ai limiti della presa in giro.
Nel luglio 2013 la Corte sanzionò il comportamento della
Fiat, che aveva escluso dai diritti sindacali la FIOM, dichiarando
incostituzionale quella parte dell'articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori che
Marchionne usava a tutela delle proprie scelte.
Non si possono legare il diritto dei sindacati ad esercitare
le loro funzioni e ancor di più quello dei lavoratori a scegliere liberamente
la propria rappresentanza alla preventiva sottoscrizione di un accordo con la
controparte. Perché così è ovvio che sarà quest'ultima, alla fine, a decidere
chi ammettere e chi escludere nella rappresentanza del lavoro. Questo ha detto
la Corte e ha giustamente inibito la Fiat dal continuare a discriminare la FIOM
che non aveva firmato gli accordi di Pomigliano.
Ebbene CGIL CISL UIL e Confindustria il 10 di gennaio hanno
sottoscritto un accordo che va nella direzione esattamente opposta rispetto
a quanto affermato in quella sentenza,
stabilendo che hanno diritto al riconoscimento
e persino a presentarsi alle elezioni solo coloro che quell'intesa la
sottoscrivono. E che intesa! Deroghe in peggio ai contratti, sanzioni anche
pecuniarie ai delegati che le contrastano,
commissione di controllo a dominio confindustriale per decidere dei
comportamenti dei sindacati. Leggere il testo se si hanno dubbi.
Già il 31 maggio 2013 sindacati e aziende avevano
sottoscritto questi principi, rinviandone l'attuazione ad un successivi
regolamento. Ma appunto nel luglio successivo c'è stata la sentenza della
Corte, si poteva provare a rispettarla. Invece il regolamento del 10 gennaio è brutale, persino meticoloso nel violarla. Così abbiamo il
Marchionnum esteso a tutti.
La vicenda elettorale è ben più conosciuta. La Corte ha da
poco dichiarato incostituzionale il Porcellum in due principi di fondo, il
premio di maggioranza spropositato e le liste bloccate senza preferenza.
I due leader in profonda sintonia hanno deciso di assegnare
la maggioranza a chi prende il 35%, cioè basta un terzo per avere più della
metà. La migliore minoranza vince tutto alla faccia della Costituzione. Quanto
alle preferenze, i due la risolvono con qualche fatica in più per i
capipartito: dovranno fare le nomine dei parlamentari a gruppi di 6 invece che di 50 alla volta.
Chi non vuol stare in alleanza con uno dei due deve prendere
più dell'8 % per entrare in parlamento. Cioè mentre al vincitore si regala più
del 16% chi arriva al 7,99 è fuori. Nel linguaggio della repubblica democratica
di una volta questa si chiamerebbe legge truffa.
Ecco, questa è la
sostanza comune del Porcellumbis e del Marchionnum. Servono a conservare il sistema
di potere, a normalizzare il dissenso e
impedire l'alternativa. Sono la veste istituzionale delle politiche di
austerità e dei vincoli della Troika, che esigono la loro governabilità. Sono
la forma rappresentativa che ci concede il regime delle banche e della finanza,
che infatti ha subito salutato con
soddisfazione queste regole, mentre ha continuato la sua opera demolitrice dei
poteri pubblici e dei diritti sociali.
Così mentre le armi di distrazione di massa fanno rivolgere
tutta l'attenzione dell'opinione pubblica sulla riforma elettorale, la Banca
d'Italia, sì proprio la più importante istituzione finanziaria pubblica, viene
messa all'asta. Una vergogna anche per la più screditata repubblica delle
banane.
Mentre CGIL CISL UIL e Confindustria si accordano su un
sistema di rappresentanza che dovrà essere prima di tutto obbediente, sennò
sanzioni, la sede Fiat va dove si pagano meno tasse, la Elettrolux di Porcia si
prepara a chiudere e gli industriali del posto colgono la palla al balzo per chiedere
un taglio del 20% dei salari.
Dilagano ingiustizia, disoccupazione e povertà, ci sarebbe
bisogno di conflitto e soprattutto della
ricerca di nuove vie sul terreno economico e sociale. Invece si definiscono
sistemi di rappresentanza che servono prima di tutto a continuare a fare quello
che si è sempre fatto. E che hanno il solo compito di escludere la partecipazione di chi non è
d'accordo. E naturalmente lo si fa facendo credere che finalmente cambia
tutto.
E poi chi difende la Costituzione ed i suoi principi di
fondo, oggi stracciati, vien chiamato conservatore.
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