lunedì 3 febbraio 2014
Yo decido!
Aborto, la legge 194 è malata perché non tutela più la
salute delle donne
L’interruzione di gravidanza non è libertà di abortire ma responsabilità
condivisa nel generare.
Il 1 febbraio in Italia e in Europa si sono tenute
manifestazioni in contemporanea a “El tren de la libertad” organizzato in
Spagna contro la proposta della nuova legge. «Porque yo decido» è il messaggio intorno al quale si è radunata una
rete europea (Womenareurope) e raccolto da molti gruppi italiani che chiedono
di risolvere i limiti alla legge 194 posti dall’alta percentuale di obiezione
di coscienza
Per approfondimenti: womenareurope.wordpress.com
di Cecilia D’Elia *
Le scelte europee e spagnole sull’interruzione di gravidanza
hanno aperto molti interrogativi in tema di diritti alla salute riproduttiva
delle donne.
La bocciatura al Parlamento Europeo della proposta di
risoluzione sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi (Sexual and
Reproductive Health and Right), di cui era relatrice la socialista Estrela, in
Italia ha fatto molto clamore perché tra le astensioni che hanno reso possibile
tale bocciatura vi sono quelle di sette parlamentari del Partito Democratico.
La risoluzione Estrela parla di diritti sessuali e
riproduttivi (SRHR), così come del resto fa anche l’ordine del giorno del
Partito Popolare che è stato approvato. A differenza di quest’ultima, la
risoluzione Estrela chiede però all’Europa, pur riconoscendo che sono materie
di competenza delle legislazioni nazionali, di garantire uguaglianza di tali
diritti nel suo territorio, denunciando le differenze presenti in tema di
salute riproduttiva, contraccezione, educazione sessuale, interruzione di
gravidanza, ecc.
Chiede che la salute riproduttiva divenga parte integrante
delle politiche per la salute dell’Europa. Sostiene che l’interruzione di
gravidanza non sia un mezzo per il controllo della nascite, ma si preoccupa di
garantirne la possibilità, ponendo anche il tema della diffusione abnorme
dell’obiezione di coscienza in molti paesi. Il cuore del testo è la salute
riproduttiva, tutelata dai diritti riproduttivi che sono educazione,
contraccezione, possibilità di decidere quando essere madre e di compiere
scelte informate e consapevoli. Per questo afferma che «il diritto ad una
educazione sessuale completa è un diritto umano».
In relazione all’aborto, che appunto «non è mezzo di
controllo delle nascite», si parla di accesso ad aborto sicuro e legale. Dopo
le parti che riguardano l’educazione, l’informazione, l’accesso alla
contraccezione come prevenzione delle gravidanze indesiderate si «raccomanda
che, come tematica che tocca i diritti umani e la salute pubblica, i servizi di
qualità per l’aborto siano resi legali, sicuri e accessibili a tutti,
nell’ambito dei sistemi di salute pubblica degli Stati membri».
Del resto anche la nostra 194 parla di diritto alla salute
femminile e sulla base di questo motiva la possibilità della donna di decidere
di interrompere la gravidanza, sulla scia di una sentenza della Corte
costituzionale del 1975 (n. 27, 18 febbraio 1975) che riconosce la non
equivalenza tra il diritto alla vita e alla salute di chi è già persona e
quello di chi ancora lo deve diventare. Il testo di legge approvato in Italia
nel 1978 non dice autodeterminazione, lascia la decisione alla donna e
determina in quali casi e in che forme per una donna è possibile interrompere
una gravidanza.
Invece, ben oltre la lettera della legge, le donne hanno
saputo affermare il principio di autodeterminazione nella società. Lo hanno
fatto quando hanno illuminato e reso oggetto di discorso pubblico una delle
esperienze più rimosse e indicibili dell’umanità femminile. Lo hanno fatto mettendo
al mondo la soggettività femminile, parlando di corpo, sessualità, relazioni,
della maternità come scelta e non più come destino. Di questo diritto di scelta
la possibilità di abortire fa parte come uno scacco, non è mai semplice
signoria individuale sul proprio corpo, ma un’esperienza propria delle donne
intraducibile nel linguaggio asessuato del diritto. La grammatica di questo
infatti presuppone l’esistenza di individui autonomi, separati, neutri e
spogliati del proprio corpo. Ma nelle donne, nella loro possibilità di essere
incinta la relazione è tratto essenziale e fondante, ed è interna alla
singolarità, alla sua coscienza. Qui vi è un paradosso, una differenza
insopprimibile tra esperienza femminile e maschile della corporeità. Una
differenza che ancora non ha trovato cittadinanza e che genera sempre scarti
con il linguaggio del diritto. Ma non per questo credo si debba rinunciare ad
affermare il diritto alla salute delle donne, di cui la salute riproduttiva è
tratto essenziale e dunque anche i cosiddetti SRHR.
Farlo in autonomia, riprendendo la parola femminile sulla
sessualità, la maternità, l’aborto, affinché l’autodeterminazione sia principio
della cittadinanza europea.
Ma a questa idea di cittadinanza femminile il Parlamento
europeo ha detto no, rifiutando la risoluzione Estrela e adottando il testo dei
Popolari, che rimanda agli Stati membri la competenza sulla salute riproduttiva
e in generale sui SRHR. Una scelta antieuropeista e una scelta di
deresponsabilizzazione, che copre politiche regressive, come quelle della
Spagna, dove i Popolari al governo, hanno presentato un progetto di legge che
cancella la possibilità per le donne di interrompere una gravidanza non
desiderata.
Spiace che chi si è astenuto, nella migliore delle ipotesi,
non abbia capito.
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